- 02 Mar 2026 15:32 - Le mappe mensili della sismicità, febbraio 2026
Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 28 febbraio del 2026.Sono stati 897 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 28 febbraio 2026, un numero in diminuzione rispetto al primo mese del 2026, con una media che scende da 43 a quasi 33 terremoti al giorno. Degli 897 eventi registrati, solo 131 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e 22 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. Anche questi due valori sono inferiori allo scorso mese di gennaio.
Durante il mese di febbraio sono avvenuti tre terremoti di magnitudo superiore a 4 in Italia e nelle aree adiacenti. Due di questi, entrambi di magnitudo 4.6, sono stati localizzati al di fuori del territorio nazionale: il primo il 17 febbraio in Bosnia e Herzegovina, il secondo il 21 febbraio in Slovacchia (epicentro fuori da questa mappa). Il terzo, di magnitudo ML 4.5, è stato localizzato sempre il 21 febbraio nella provincia di Salerno, nei pressi di Montecorice. Quest’ultimo evento è stato localizzato a una profondità molto elevata, circa 319 km, ben al di sotto delle comuni profondità sismogenetiche dei terremoti italiani, che avvengono prevalentemente nella crosta superiore.
In questo mese sono stati anche registrati alcuni eventi localizzati nel Mar Tirreno meridionale, con magnitudo comprese tra 3.4 e 3.9.
Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.
La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT)
Vai alla notizia - 28 Feb 2026 08:47 - Custodi di Memoria: prosegue la raccolta dei ricordi dei terremoti del passato
Un orologio divenuto amuleto del terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata. Un abat-jour caduto dal comodino la notte del 20 febbraio dello stesso anno, a Cosenza. Le lettere ai familiari di un sottotenente in servizio a Massa d’Albe (AQ) dopo il terremoto del 13 gennaio 1915. E ancora: un calendario del 1997 rimasto alla pagina di settembre dopo l’evento nell’Appennino umbro-marchigiano, o il racconto di Peppe che ha iniziato a imparare cosa fare in caso di terremoto dopo l’evento del 1990 in Sicilia sud-orientale.
Sono solo alcuni dei ricordi, tra racconti e oggetti, inviati dai primi 100 “Custodi di Memoria” via social o attraverso il google form.
L’iniziativa, lanciata a novembre 2025 dal Dipartimento Terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), prosegue in maniera permanente con l’obiettivo di realizzare insieme ai cittadini la prima Mappa dei ricordi dei terremoti d’Italia. Una grande operazione collettiva per rispondere concretamente a una sfida: valorizzare le tracce invisibili dei terremoti, dare forza alla memoria personale trasformandola nella storia di tutti.
Clicca qui per saperne di più. Seguici su Instagram o Facebook con l’hashtag #CustodiDiMemoria e invia il tuo ricordo.
Guarda il video su Youtube
Vai alla notizia - 21 Feb 2026 13:05 - Terremoto profondo lungo la costa cilentana, ML 4.5, 21 febbraio 2026
Questa notte, alle ore 01:28 italiane del 21 febbraio 2026, è avvenuto un terremoto di magnitudo ML 4.5, con epicentro a 2.4 km a nord – ovest da Montecorice (SA). L’evento sismico è stato localizzato a una profondità molto elevata, circa 319 km, ben al di sotto delle comuni profondità sismogenetiche dei terremoti italiani, che avvengono prevalentemente nella crosta superiore.
Un evento di questo tipo viene percepito poco o per nulla da chi vive nell’area epicentrale; infatti, la grande profondità determina una forte attenuazione delle onde sismiche e quindi un minore impatto sul territorio.

Localizzazione dell’evento sismico del 21 febbraio 2026, magnitudo ML 4.5, prof. 319 km, avvenuto lungo la costa cilentana. Questo evento è da ricondurre a un processo geologico tipico del Tirreno meridionale per la presenza nel mantello terrestre di uno “slab” di litosfera oceanica che sta sprofondando da alcuni milioni di anni al di sotto del Mar Tirreno.

Sismicità dal 1999 al 2024 di magnitudo maggiore o uguale a 2 (Carta della sismicità in Italia 1999-2024). Si noti la distribuzione della sismicità profonda (cerchietti blu e viola) lungo la costa tirrenica. La presenza dello “slab” litosferico nel mantello sotto il mar Tirreno meridionale è accompagnata da una sismicità frequente lungo le coste dalla Campania alla Sicilia.

Sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est dove è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, 21 febbraio 2026, con profondità maggiori di 30 km. Si tratta di circa 10 mila terremoti. Dati da terremoti.ingv.it, mappa e sezione di P. De Gori, INGV-ONT. Per comprendere la struttura della litosfera ionica in subduzione sotto al Mar Tirreno, in questa sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, con profondità maggiori di 30 km. La sismicità “disegna” lo sprofondamento dello “slab” litosferico verso nord-ovest. La stella rappresenta la posizione del terremoto avvenuto oggi a una profondità di circa 319 km, e mostra come questo evento sia avvenuto nella parte più profonda dello slab.
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Vai alla notizia - 20 Feb 2026 09:27 - Il terremoto del cosentino del 20 febbraio 1980
Era la notte di Carnevale del 1980 quando gli abitanti del cosentino furono svegliati di soprassalto. Alle 3:34 locali del 20 febbraio un forte boato seguito da un’altrettanto forte scuotimento interruppe il sonno degli abitanti di Cosenza, di Rende e di altri centri abitati attigui. Solo pochi minuti più tardi, alle 3:40, una seconda scossa spaventava ulteriormente i cittadini già molto impauriti. Poco impresso nella memoria nazionale, legata quell’anno al catastrofico terremoto in Irpinia del 23 novembre, questo evento è ben radicato nella memoria dei cittadini del cosentino. Pur trattandosi di un terremoto di dimensioni relativamente modeste (Molini et al., 2008), si tratta della scossa più forte avvenuta nell’area di Cosenza negli ultimi decenni. Il terremoto è impresso in particolare nella memoria collettiva di Rende dove il 20 febbraio è festa patronale proprio a seguito del doppio evento sismico del 1980. Il voto dei rendesi verso la Madonna dell’Immacolata rinnovò così una tradizione che vedeva in precedenza celebrare la festa il 12 febbraio in memoria del terremoto del 1854, evento che portò distruzione e lutti in molti paesi del cosentino; ancora prima la festa patronale era ricollegabile al terremoto del 14 luglio 1767, sisma che produsse effetti distruttivi soprattutto nella Valle del Crati.
In questo articolo ricostruiamo le ore successive all’evento del 20 febbraio 1980 attraverso le cronache della Gazzetta del Sud.
Il racconto dei cronisti
La terra ha tremato per undici interminabili secondi. (…) Un’altra decina di movimenti tellurici si sono poi susseguiti per tutta la giornata. S’è trattato di scosse di assestamento, registrate solo dalla stazione di Arcavacata.L’epicentro del terremoto è stato localizzato da 5 a 8 chilometri a nord-est di Cosenza, nella zona compresa tra Commenda e Quattromiglia di Rende.(…) Il terremoto ha provocato scene di panico
Così si legge in prima pagina sulla Gazzetta del Sud di giovedì 21 febbraio del 1980. Il giornalista autore dell’articolo, Raffaele Nigro, passa in rassegna le zone colpite e parla anche di due vittime indirette del terremoto, stroncate da infarto per lo spavento.

Dalla prima pagina della Gazzetta del Sud del 21 febbraio 1980 Migliaia di persone – successivamente verranno valutate in circa 90 mila, come riporta la Gazzetta del Sud del 22 febbraio 1980 – passarono la notte in auto nelle piazze, in grandi spazi aperti nelle periferie dei centri abitati o sulle spiagge della costa tirrenica, riscaldandosi con falò; solo nella mattinata molti abitanti dei luoghi colpiti fecero rientro a casa, mentre uffici pubblici, scuole, banche e quasi tutti i negozi rimasero chiusi per l’intera giornata. A causa di notizie infondate diffuse nella mattinata da una radio locale, che davano per scontate il ripetersi di nuove scosse di terremoto di forte intensità, l’esodo dalle abitazioni fu ripetuto dagli abitanti.
La maggior parte delle abitazioni, fatte sgomberare a seguito delle verifiche dai tecnici del Comune, erano nel centro storico di Cosenza. Le zone più colpite nel comune di Rende si trovavano nel quartiere Commenda e nella zona universitaria di Arcavacata: a Commenda furono sgomberati due edifici che ospitavano studenti dell’ateneo rendese, mentre lesioni furono registrate negli edifici appena ultimati nel Villaggio Europa. Nel Campus Universitario furono danneggiate il Polifunzionale, dove andarono in frantumi le vetrate; la sede della Facoltà di Lettere, dove crollarono alcune pareti divisorie e venne chiusa la mensa universitaria per i danni subiti; nel centro storico di Rende furono registrati danni al campanile della Chiesa della Pietà. Crolli, lesioni e danni furono registrati negli edifici di Castiglione Cosentino, Rose, Montalto Uffugo, Celico, Pedace, Torano Castello, Mendicino e Bisignano. Le cronache in quell’edizione della Gazzetta riportano anche notizie da altre località. In particolare, nella zona del Paolano i corrispondenti parlano di “scene di sgomento e paura ovunque”, lievi danni e nessun ferito. Si cita anche la notizia della nascita di un bambino in una clinica privata a Belvedere Marittimo, durante la notte del terremoto.
Le testimonianze dei cittadini
Nell’articolo intitolato “La lunga notte della paura”, a pagina 4 dell’edizione del 21 febbraio della Gazzetta del Sud, sono raccolte alcune testimonianze dirette.
“Una paura così non l’avevo avuta da quasi quarant’anni – dice un pensionato – da quando cioè, durante la guerra, i caccia bombardieri sorvolavano la nostra città, seminando lutti e rovine. Sono scappato (da casa, ndr) non appena ho avvertito la prima scossa di terremoto: sono stato io ad avvertire per primo ed ho svegliato i miei figli. Appena siamo arrivati in strada abbiamo incontrato centinaia di altre persone in preda al panico”.
“Ho proprio pensato – racconta un’altra cittadina – che era arrivata la fine del mondo, a casa mia ha ondeggiato tutto e non me la sono proprio sentita di restare al chiuso. Abito nella città vecchia… ho avvertito un boato enorme. In un primo momento avevo temuto che si fosse trattato di un attentato terroristico. Poi mi sono affacciata ed ho sentito persone che gridavano che c’era stato il terremoto. E’ un miracolo che non sia crollata nessuna casa. Sono venuta a Piazza Loreto perché è una zona sicura”.
Dalle cronache delle prime ore emerge anche la voce di un docente di geologia del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università della Calabria, il professor Cesare Roda. In particolare, firma un pezzo in prima pagina intitolato “Vivere con il terremoto” in cui descrive l’evento e sottolinea l’alto rischio sismico del territorio regionale e la necessità di “predisporsi a vivere insieme ai terremoti”, elencando diverse iniziative adottate in varie parti del mondo per gestire il rischio sismico.

Piazza Valdesi a Cosenza, durante la notte del terremoto, dall’articolo “La lunga notte della paura”, Gazzetta del Sud del 21 febbraio 1980, pag. 4 I danni
I danni agli edifici pubblici e privati furono diffusi. Dall’edizione del 22 febbraio della Gazzetta del Sud sappiamo che l’onorevole Francesco Principe (PSI) rivolse una interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio e al Ministro dei Lavori Pubblici “… per sapere se siano a conoscenza dei notevoli danni causati nella notte tra il 19 ed il 20 febbraio nel cosentino da scosse sismiche”; anche gli onorevoli democristiani Pietro Rende e Riccardo Misasi presentarono una interpellanza al Ministero dell’Interno al quale riferirono che “… appaiono gravemente lesionati dal sisma diversi immobili pubblici e privati dei comuni posti in un raggio di circa 50 chilometri dall’epicentro di Rende – Montalto Uffugo (…) in particolare nel centro storico di Cosenza le strutture hanno subito lesioni tali da indurre la popolazione ad abbandonare le proprie abitazioni per cui si registra la presenza di centinaia di senza tetto.”
Secondo un articolo della Gazzetta del Sud del 27 febbraio, una prima valutazione dei danni sarebbe ammontata a 100 miliardi di lire. Nella sola Rende vennero contate 1200 abitazioni danneggiate, 150 famiglie senza tetto, 6 chiese inagibili di cui saranno abbattuti alcuni campanili pericolanti; a Cosenza gli edifici con lesioni superano il migliaio.
Dal punto di vista macrosismico, il lavoro di Molin et al. (2008) evidenzia che una ricostruzione della distribuzione del danno risulta tutt’altro che semplice.

Gazzetta del Sud, 21 febbraio 1980, pag. 5 Il terremoto e la sismicità storica dell’area
Come riportato nel “Bollettino mensile dell’Istituto Nazionale di Geofisica” (ING, 1980), il primo evento è avvenuto alle 3:34 locali, la magnitudo ML pari a 4.2 e l’epicentro localizzato a circa 2.3 km a sud-ovest di Marano Principato. Il catalogo riporta anche la forte replica avvenuta circa 6 minuti più tardi (ore 3:40 locali), la localizzazione epicentrale è la stessa dell’evento principale e la magnitudo ML pari a 4.0.
Storicamente nell’area si sono verificati 3 terremoti con magnitudo maggiore di 6.0: il 24 maggio 1184 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.8 che ha provocato molti danni in varie località con intensità fino al IX grado della scala MCS (scala Mercalli-Cancani-Sieberg); il 12 febbraio 1854 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.3 che ha provocato molti danni in varie località e con intensità fino al X grado della scala MCS a Donnici e a Sant’Ippolito; il 4 ottobre 1870 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.2 che ha provocato molti danni in varie località e con intensità fino al X grado della scala MCS a Mangone.

Sismicità storica dell’area dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15. La zona interessata dal terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica molto alta, come testimoniato dalla Mappa della Pericolosità Sismica del territorio nazionale (MPS04; http://zonesismiche.mi.ingv.it/) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Modello di Pericolosità Sismica del territorio nazionale (MPS04: http://zonesismiche.mi.ingv.it/); la legenda riporta i valori di accelerazione orizzontale con una probabilità di superamento del 10% in 50 anni. Sovrapposte le potenziali sorgenti sismogenetiche (in rosa le sorgenti individuali, in arancio le sorgenti composite) contenute nel Database of Individual Seismogenic Sources (DISS; https://diss.ingv.it/). La stella gialla indica l’epicentro del terremoto del 20 febbraio 1980. La fonte scientifica di riferimento per questo terremoto è Molin et al. (2008); per questo motivo questo evento non è stato riportato nella prima versione del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI, 1999) né in quella del 2004. Inoltre, esso non compare neppure nel Bollettino Macrosismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica (BMING, 1980) e a tutt’oggi non risulta essere stato oggetto di approfondimenti e di studi sismologico-macrosismici. Lo studio di Molin et al. (2008) riferisce i risentimenti alla scossa principale (quella delle ore 3:34), in quanto non è possibile distinguere il danneggiamento di scosse così ravvicinate nel tempo. Nell’ultima versione del CPTI l’evento è stato inserito riportando i dati di Molin, rivalutandone la localizzazione epicentrale e la magnitudo con criteri conformi al resto degli eventi.

Mappa dell’intensità dell’evento del 20 febbraio 1980 dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15. Nello specifico, il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani dell’INGV (CPTI15 v4.0) riporta la magnitudo momento Mw pari a 4.4 e una profondità ipocentrale di 3.7 chilometri. Le due scosse consecutive interessarono una vasta area della Calabria centro-settentrionale, in particolare la Valle del fiume Crati, con i massimi effetti concentrati nell’area intorno a Cosenza, con le massime intensità MCS a: Marano Marchesato (VII grado MCS), Cosenza, Rende e Spezzano Piccolo (VI – VII grado MCS), Arcavacata, Castiglione Cosentino, Castrolibero, Commenda, Montalto Uffugo e Roges (VI grado MCS). Inoltre, le scosse furono avvertite fortemente sia nella zona pre-silana (fino al V – VI grado MCS), sia lungo la fascia tirrenica da Amantea a Belvedere Marittimo (fino a V – VI grado MCS) con intensità massime pari al V – VI grado MCS nelle più vicine Paola e San Lucido; risentimenti sono presenti fino a Lamezia Terme (V grado MCS), alle Serre vibonesi e nella stessa Vibo Valentia e, verso nord, fino a Praia a Mare (IV grado MCS).
A cura di Pierdomenico Del Gaudio, Grazia Pia Attolini, Daniela Fucilla, Anna Nardi, (INGV-ONT) e Carlo Meletti (INGV-Pi).
Si ringrazia la Gazzetta del Sud per la concessione degli articoli.
Bibliografia
Gazzetta del Sud, 21 febbraio 1980, anno 29, n. 50
Gazzetta del Sud, 22 febbraio 1980, anno 29, n. 51
Gazzetta del Sud, 27 febbraio 1980, anno 29, n.55
Molin D., Bernardini F., Camassi R., Caracciolo C.H., Castelli V., Ercolani E., Postpischl L., 2008. Materiali per un catalogo dei terremoti italiani: revisione della sismicità minore del territorio nazionale. Quaderni di Geofisica, 57, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Roma, 75 pp.
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Vai alla notizia - 17 Feb 2026 10:42 - Nuove ricerche svelano la complessità geologica dello Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia possa aver causato quel terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).
Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea
Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.
Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.
Due zone dove nascono i terremoti
Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:
- uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
- uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.
Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto. Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”
Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.
Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.
Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale
Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.
Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.
Perché questi risultati sono importanti
Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.
Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.
Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.
Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.
Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.
A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).
Bibliografia
Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.
Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.
Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.
Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.
Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.
Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Vai alla notizia
