•   21 May 2026 05:16 - Evento sismico, Md 4.4, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 21 maggio 2026

    Dalle ore locali 05:50 del 21/05/2026 (UTC 03:50 del 21/05/2026) è in corso uno sciame sismico nell’area dei Campi Flegrei.

    All’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (06:30) sono stati rilevati in via preliminare 4 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 (2 localizzati) e una magnitudo massima Md = 4.4 ±0.3.

    Il terremoto di magnitudo Md 4.4 è avvenuto alle ore 05:50:52 (ora italiana) ad una profondità di circa 3 km. ed è stato localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) nel Golfo di Pozzuoli.

    Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

    La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

    Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei e anche nella città di Napoli con risentimenti fino al V grado MCS.

    Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2025/index.html


    Licenza

    Licenza Creative Commons

    Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazio

    Vai alla notizia
  •   20 May 2026 08:30 - Terremoto del 20 maggio 2012 in Pianura Padana: il contributo dei cittadini per la stima degli effetti

    Nei giorni successivi al forte terremoto del 20 maggio 2012 (Mw 5.8, profondità 10 km) i cittadini hanno compilato, sul portale di Hai Sentito Il Terremoto (HSIT), quasi 14.000 questionari: un dato superato, fra i terremoti italiani avvertiti, soltanto da quello relativo al terremoto del Centro Italia del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5). Dalla sola città di Bologna sono arrivate oltre 60 risposte. Analizzando il contributo dei cittadini che hanno condiviso la loro esperienza sugli effetti del terremoto (Tosi et al., 2015), è stato possibile attribuire un valore di intensità sulla scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS) a più di 2.000 comuni italiani. Questo campione significativo rappresenta un risultato che solo una rete strumentale estremamente densa sarebbe in grado di fornire.

    Figura 1. Mappa delle intensità in scala Mercalli-Cancani-Sieberg del terremoto del 20 maggio 2012, derivata da circa 14.000 questionari macrosismici di Hai Sentito Il Terremoto; l’epicentro del terremoto è indicato con la stella gialla.

    La Figura 1 mostra il campo macrosismico interpolato del terremoto del 20 maggio 2012, ottenuto mediando tutte le intensità comunali HSIT in finestre mobili di raggio di 20 km per formare un continuo spaziale. I cerchi rappresentano l’intensità stimata per ciascun comune da cui sono pervenuti almeno 5 questionari. Sebbene l’intensità massima in area epicentrale abbia raggiunto il 7° grado MCS, è importante notare che questo valore rappresenta una media statistica degli effetti sull’intero territorio comunale, e che scuotimenti più forti si sono sicuramente verificati a scala locale. L’area di 4° grado MCS è particolarmente estesa e copre gran parte della Pianura Padana.

    Figura 2. Confronto dell’andamento dell’attenuazione dell’intensità macrosismica in funzione della distanza epicentrale tra il terremoto dell’Emilia del 20 maggio 2012 e quello del Centro Italia del 24 agosto 2016.

    La Figura 2 mostra l’attenuazione dell’intensità, ottenuta mediando i dati in finestre mobili di 10 km rispetto alla distanza epicentrale, per il terremoto del 20 maggio 2012 (cerchi rossi), messa a confronto con quella di un altro evento simile per magnitudo e profondità: quello del 24 agosto 2016 in Centro Italia (Mw 6.0, profondità 8 km, punti azzurri). Anche l’intensità media nell’area epicentrale è la stessa per i due eventi: 7° grado MCS. I tratti iniziale e finale delle due attenuazioni sono pressoché sovrapponibili, mentre tra 100 e 300 km di distanza gli andamenti divergono: nel terremoto dell’Emilia l’attenuazione è molto più contenuta che nel terremoto del Centro Italia. La scarsa attenuazione dell’intensità a queste distanze è probabilmente dovuta all’amplificazione delle onde sismiche nel bacino sedimentario della Pianura Padana e alla riflessione delle onde sulla Moho (Bragato et al., 2011). Si può quindi dedurre che per l’evento del 20 maggio 2012 i risentimenti del terremoto sono stati in media maggiori rispetto a quelli del terremoto di magnitudo e profondità simili, come quello in Italia centrale, mostrando che anche il tragitto delle onde fa la sua parte. 

    Altro aspetto particolare: per questo terremoto sono state raccolte 60 testimonianze di effetti luminosi osservati in concomitanza con l’evento. Si tratta per lo più di bagliori a ciel sereno, descritti con colori diversi. Nel questionario HSIT da alcuni anni è possibile inserire anche segnalazioni relative ai fenomeni luminosi associati ai terremoti. Tuttavia, per il momento, queste osservazioni non sono utilizzate per stimare l’intensità. Questo accade perché gli effetti luminosi associati ai terremoti non sono ancora considerati diagnostici e la loro comparsa non è ancora stata caratterizzata in modo sistematico. Per questo motivo, è importante studiarli e la raccolta di queste osservazioni rappresenta il primo passo verso una futura caratterizzazione del fenomeno. 

    Per lo studio dell’effetto acustico del terremoto è stata adottata la stessa procedura. L’analisi delle numerose segnalazioni raccolte nel database di HSIT ha consentito di approfondire la comprensione di questo fenomeno, legato alla conversione delle onde sismiche in onde acustiche (Tosi et al., 2000; 2012). In Figura 3 è riportata la percentuale di percezione dell’effetto acustico associata al terremoto del 20 maggio 2012. Si osserva una percentuale elevata di avvertimento, compresa tra il 75% e il 100%, in media fino a circa 70 km dall’epicentro. Oltre i 150 km, invece, l’effetto acustico è stato percepito solo da una percentuale bassa di persone.

    Figura 3. Mappa della percezione dell’effetto acustico del terremoto del 20 maggio 2012 derivata da 8382 questionari di Hai Sentito Il Terremoto.

    Grazie al gran numero di risposte, è stato possibile definire in maniera molto accurata il campo del risentimento macrosismico, la percentuale di avvertimento dell’effetto acustico e degli altri effetti, oltre alla delimitazione dell’area in cui il terremoto è stato avvertito (vedi Figura 1). Sono preziose tutte le risposte, comprese quelle di chi non ha avvertito nulla per una corretta definizione dei gradi bassi delle scale macrosismiche (Sbarra et al., 2025). Nel portale www.hsit.it è sempre possibile contribuire alla definizione del campo di intensità dei terremoti, compreso quello del 20 maggio 2012. Chiunque può descrivere la propria esperienza: poiché i risultati vengono aggiornati in tempo reale.

    Un articolo già pubblicato descrive il ruolo importante dei cittadini in questa attività. HSIT è un progetto di Citizen Seismology. La citizen science sismologica coinvolge i cittadini nella raccolta volontaria di dati sugli effetti causati dal terremoto per ottenere una distribuzione degli effetti sul territorio in termini di intensità sismica (es. Scala MCS). L’INGV gestisce dal 1997 il sito http://www.hsit.it per la raccolta di segnalazioni (anche di non avvertimento) e pubblica mappe degli effetti macroscopici dei terremoti in tempo reale. Le risposte a semplici domande permettono di assegnare l’intensità (MCS o EMS). Iscrivendosi come “corrispondente” si riceve notifica dei terremoti vicini per contribuire tempestivamente.

    A cura di V. De Rubeis, P. Sbarra, P. Tosi e D. Sorrentino  – INGV-Sezione Roma1 

    Bibliografia

    Bragato, P. L., M. Sugan, P. Augliera, M. Massa, A. Vuan, & A. Saraò (2011). Moho reflection effects in the Po Plain (northern Italy) observed from instrumental and intensity data. Bulletin of the Seismological Society of America 101, 2,142–2,152. https://doi.org/10.1785/0120100257

    Sbarra, P., Tosi, P., De Rubeis, V., & Sorrentino, D. (2025). The importance of on-request reports for the correct assessment of low macroseismic intensities: the experience of “Hai Sentito Il Terremoto”. Natural Hazards, 121(2), 1489-1504. https://doi.org/10.1007/s11069-024-06869-7

    Tosi, P., De Rubeis, V., Tertulliani, A., & Gasparini, C. (2000). Spatial patterns of earthquake sounds and seismic source geometry. Geophysical research letters, 27(17), 2749-2752. https://doi.org/10.1029/2000GL011377

    Tosi, P., Sbarra, P., & De Rubeis, V. (2012). Earthquake sound perception. Geophysical Research Letters, 39(24). https://doi.org/10.1029/2012GL054382

    Tosi, P., Sbarra, P., De Rubeis, V., & Ferrari, C. (2015). Macroseismic intensity assessment method for web questionnaires. Seismological Research Letters, 86(3), 985-990. https://doi.org/10.1785/0220140229


    Licenza

    Licenza Creative Commons

    Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

    Vai alla notizia
  •   11 May 2026 07:30 - AdriaArray: una rete sismica europea per studiare la placca adriatica

    Per studiare i terremoti e la deformazione delle placche è necessario disporre di reti sismiche sempre più dense e ben distribuite sul territorio. Negli ultimi anni, la sismologia ha compiuto un salto di qualità grazie alla realizzazione di grandi reti di sensori su scala continentale (ad esempio USArray, negli Stati Uniti e AlpArray in Europa). In questo contesto si inserisce AdriaArray, il più grande esperimento di sismologia passiva mai realizzato in Europa, operativo nel periodo 2022–2026 (Kolínský et al., 2025). La “sismologia passivastudia la struttura interna della Terra analizzando le onde sismiche generate da fenomeni naturali, come i terremoti o il cosiddetto rumore sismico ambientale, senza ricorrere a sorgenti artificiali.

    L’obiettivo del progetto AdriaArray è studiare la struttura della crosta e del mantello e comprendere i processi geodinamici che controllano la sismicità nell’area centro-mediterranea. Al centro di questo sistema c’è la placca adriatica (Adria), una microplacca situata tra Africa ed Europa, la cui evoluzione è fondamentale per spiegare la formazione delle catene montuose che la circondano e la distribuzione dei terremoti nella regione (Figura 1). 

    Figura 1 La placca adriatica (Adria) è una microplacca situata tra Africa ed Europa. È circondata da catene montuose come Alpi, Appennini e Dinaridi, dove avvengono processi di subduzione (cioè l’immersione di una placca sotto un’altra) e collisione (cioè quando due placche convergono e si deformano a contatto). Entrambi i processi sono responsabili di terremoti e deformazione della crosta.

    È importante sottolineare che AdriaArray nasce come esperimento di ricerca di base, progettato per acquisire dati ad alta risoluzione a fini scientifici, e non come rete di monitoraggio sismico in senso stretto. Tuttavia, la disponibilità di un numero così elevato di stazioni ha offerto a diversi Paesi europei l’opportunità di integrare temporaneamente questi dati nei sistemi operativi di sorveglianza sismica. In alcuni casi, il progetto ha anche rappresentato un’occasione per potenziare le reti permanenti, attraverso l’installazione di nuove stazioni o l’integrazione stabile di infrastrutture esistenti, lasciando un’eredità che va ben oltre la durata dell’esperimento. 

    AdriaArray si basa su una rete estremamente densa di stazioni sismiche: oltre un migliaio di stazioni permanenti integrate da centinaia di installazioni temporanee a larga banda, con una spaziatura media di alcune decine di chilometri (Kolínský et al., 2025; Figura 2). Una configurazione di questo tipo garantisce una copertura quasi omogenea dell’area euro-mediterranea, un requisito fondamentale per studiare processi che si sviluppano su grandi scale. In particolare, aumenta la capacità di rilevare terremoti di piccola magnitudo e di applicare tecniche avanzate di ‘imaging’ sismico, che consentono di ricostruire la struttura interna della Terra analizzando la propagazione delle onde sismiche, in modo analogo a una TAC che utilizza i raggi X per visualizzare l’interno del corpo umano.

    Figura 2 Distribuzione delle stazioni sismiche permanenti -triangoli rossi- e temporanee -triangoli verdi- del progetto AdriaArray (area delimitata dalla linea gialla).
    Sono indicate in figura anche le reti di due progetti precedenti, AlpArray (2015-2019) e PACASE (2019-2022). L’elevata densità della rete consente una copertura quasi omogenea della placca Adriatica e delle regioni circostanti.

    La realizzazione di una rete così estesa e densa richiede uno sforzo coordinato su scala internazionale. AdriaArray coinvolge infatti decine di istituzioni e centinaia di ricercatori provenienti da numerosi Paesi europei, che contribuiscono con strumenti, competenze tecnico-scientifiche ed attività di ricerca. La condivisione di risorse e dati è un elemento essenziale del progetto e rappresenta uno dei suoi principali punti di forza, permettendo di superare i limiti delle singole reti nazionali e di affrontare temi scientifici che riguardano intere regioni del Mediterraneo e di analizzare il comportamento della placca adriatica nel suo insieme.

    Il contributo italiano ad AdriaArray non si è limitato al potenziamento locale della rete, ma ha incluso anche attività di analisi e interpretazione dei dati

    In Italia, la Rete Sismica Nazionale è tra le più sviluppate in Europa, ma presenta alcune disomogeneità, in particolare nella Pianura Padana e in Sardegna. In questo contesto, le installazioni temporanee costituiscono un’importante integrazione della rete sismica esistente, contribuendo a migliorare la copertura strumentale nelle aree con minore densità di stazioni.

    Nel caso della Pianura Padana, il problema principale è rappresentato dall’elevato livello di rumore antropico e dalle caratteristiche dei sedimenti superficiali, che rendono più complessa l’installazione di stazioni ad alta sensibilità, cioè in grado di rilevare anche segnali sismici di piccola ampiezza. In Sardegna, invece, la minore sismicità ha storicamente comportato una densità di stazioni più ridotta. 

    Per migliorare la copertura, sono state installate 17 stazioni sismiche temporanee a larga banda (Molinari et al., 2025; Figura 3) grazie a una collaborazione tra Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università di Twente (Paesi Bassi), Università di Kiel (Germania), GFZ (Germania), Università di Sassari e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Le installazioni sono progettate per garantire registrazioni di alta qualità anche in condizioni ambientali difficili, e per trasmettere i dati in tempo reale (Figura 4).

    Figura 3 Mappa delle stazioni che costituiscono la rete sismica AdriaArray: stazioni broadband permanenti (triangoli rossi) e  temporanee (cerchi grigi). In particolare, le stazioni temporanee installate dall’INGV grazie al progetto Pianeta Dinamico-ADRIABRIDGE sono nel Nord Italia (cerchi verdi) e in Sardegna (cerchi azzurri e blu). 

    Le attività sono state realizzate anche grazie al finanziamento del progetto Pianeta Dinamico – ADRIABRIDGE, il cui obiettivo è collegare osservazioni sismologiche e modelli geodinamici per comprendere la struttura e l’evoluzione della placca adriatica, dalla crosta al mantello. In questo contesto il progetto ha supportato le fasi di installazione e gestione delle stazioni e le successive  attività scientifiche di analisi e interpretazione dei dati.

    Figura 4 Esempi di installazione di stazioni sismiche in configurazione ‘free-field’: i sensori sono interrati per ridurre il rumore ambientale e migliorare la qualità del segnale, mentre l’elettronica è protetta in contenitori dedicati. 

    Uno degli aspetti più critici per la qualità delle registrazioni è il rumore sismico ambientale, cioè l’insieme delle vibrazioni non legate ai terremoti. Le analisi mostrano differenze significative tra le diverse aree: nelle zone sedimentarie, come la Pianura Padana, il rumore è più elevato principalmente a causa delle attività umane; al contrario, le stazioni installate su roccia – più frequenti in Sardegna – presentano condizioni più favorevoli (Molinari et al., 2025; Figura 5). Nonostante queste differenze, la qualità dei dati acquisiti dalle stazioni temporanee risulta complessivamente elevata e adeguata per l’analisi di terremoti sia locali che lontani (telesismi).

    Figura 5 Curve della densità spettrale di potenza (PSD) che mostrano i livelli di rumore sismico registrati dalle stazioni in Nord Italia e in Sardegna. Le differenze riflettono l’influenza delle condizioni geologiche e delle sorgenti di rumore antropico. Sono particolarmente evidenti per periodi inferiori a 1 secondo (cioè frequenze superiori a 1 Hz), evidenziati dal rettangolo grigio. 

    Aumentare il numero di stazioni sismiche significa migliorare la capacità di individuare anche i terremoti più piccoli. Grazie all’integrazione delle stazioni AdriaArray installate in Italia, oggi è possibile rilevare eventi di magnitudo più bassa rispetto al passato. In pratica, questo significa che terremoti che prima passavano inosservati ora possono essere registrati e analizzati. Il risultato è un quadro più completo della sismicità e una maggiore capacità di riconoscere e studiare le strutture attive nel sottosuolo – le faglie che generano i terremoti.

    Un elemento centrale del progetto è la gestione dei dati. I dati sono resi disponibili attraverso infrastrutture europee e politiche di accesso aperto (open access). Questo approccio favorisce la collaborazione scientifica internazionale e consente, quando possibile, anche l’utilizzo dei dati nei sistemi operativi di monitoraggio sismico. AdriaArray coinvolge decine di istituzioni (Figura 6) e centinaia di ricercatori provenienti da tutta Europa, rappresentando un esempio concreto di infrastruttura scientifica condivisa su scala continentale.

    Figura 6 La mappa mostra la localizzazione di tutte le sedi delle istituzioni partecipanti al progetto.

    I dati raccolti permetteranno nei prossimi anni di migliorare le immagini della struttura profonda della Terra e di comprendere meglio i processi che controllano la deformazione della placca adriatica. 

    Queste conoscenze sono fondamentali non solo per la ricerca di base, ma anche per le future applicazioni, come il miglioramento delle stime di pericolosità sismica (Figura 7). 

    Figura 7 Mappa della pericolosità sismica europea (PGA) che evidenzia le aree a maggiore scuotimento atteso nell’area coperta dal progetto AdriaArray (modificata da Danciu et al., 2021). 

    In conclusione, esperimenti come AdriaArray dimostrano come l’integrazione tra ricerca scientifica e sviluppo di infrastrutture contribuisca in modo concreto alla conoscenza del nostro pianeta e alla comprensione dei processi che stanno alla base della sismicità. Allo stesso tempo, evidenziano come la collaborazione internazionale sia oggi essenziale per indagare problemi scientifici complessi che nessuna singola rete nazionale potrebbe affrontare da sola.

    A cura di Claudia Piromallo, Irene Molinari e Carlo Giunchi, INGV.

    Bibliografia

    Danciu, L., S. Nandan, C. Reyes, R. Basili et al.(2021). The 2020 update of the European Seismic Hazard Model: Model Overview, EFEHR Technical Report 001, 1, doi:10.12686/a15.

    Kolínský, P. et al. (2025). AdriaArray – a Passive Seismic Experiment to Study Structure, Geodynamics and Geohazards of the Adriatic Plate. Annals of Geophysics, 68(5).

    Molinari, I. et al. (2025). AdriaArray temporary deployment in the Po Plain and Sardinia (Italy). Annals of Geophysics, 68(5).


    Licenza

    Licenza Creative Commons

    Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

    Vai alla notizia
  •   05 May 2026 15:30 - Friuli 1976: una story maps racconta le storie di una comunità tornata a vivere

    Il 6 maggio 1976 era stata una giornata incolore. Nelle redazioni dei giornali, il giro di cronaca non aveva restituito notizie di rilievo. Poi, alle ore 21:00, tutto cambiò. La terra venne scossa da una violenza paragonabile a una “frustata” improvvisa e imprevedibile. In quel preciso istante, gli orologi si fermarono, e con essi la storia di un’intera regione. Quello che sembrava un pigro inizio di serata si trasformò nell’evento sismico più forte mai registrato in Italia settentrionale in epoca strumentale: un terremoto di magnitudo locale ML 6.4, con una magnitudo momento stimata Mw 6.5. La terra tremò dall’Italia centrale fino all’Olanda, ma il cuore della tragedia batteva nel Friuli remoto. Nelle ore immediatamente successive alla scossa, l’Italia piombò nel caos informativo.

    Fu il giornalista Mario Blasoni del Messaggero Veneto a restituire la dimensione reale della “lunga notte”:

    Gemona era crollata: cominciava così, con queste tre parole, la lunga notte nella quale il mio lavoro s’intrecciò drammaticamente con un’esperienza personale che mai avrei creduto di vivere. Impossibile mettersi in contatto con le zone colpite, con i telefoni subito bloccati dall’accavallarsi delle chiamate di chi cercava notizie dei propri cari.

    A 50 anni dai terremoti che nel 1976 colpirono il Friuli, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS pubblicano la story maps: Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere per raccontare cosa accadde in quei lunghi mesi e come la comunità reagì a questa lunga sequenza sismica. 

    La story maps è organizzata in 5 capitoli con contributi provenienti da diversi studi sismologici, mappe storiche, immagini e video d’epoca, simulazioni e mappe interattive:

    • La sequenza sismica
    • L’impatto dei terremoti
    • Il racconto dell’emergenza
    • Il Modello Friuli
    • Tra leggenda e realtà

    Nel primo capitolo viene descritta la lunga sequenza sismica iniziata con il terremoto del 6 maggio, seguita da centinaia di scosse nelle settimane e mesi successivi. Quello del 6 maggio fu il primo evento sismico italiano studiato in modo accurato grazie alla disponibilità di molteplici rilevazioni strumentali. I mesi di luglio e agosto furono caratterizzati da una relativa quiete. Questa fase fu però interrotta a settembre da una ripresa dell’attività, culminata con quattro eventi di magnitudo elevata, tra cui il più forte raggiunse, il giorno 15, una magnitudo locale ML 6.1.

    Gli studi effettuati permisero di localizzare con precisione oltre 1200 scosse avvenute nel primo anno, andando a esaurirsi con la scossa di magnitudo ML 5.2 avvenuta nel settembre del 1977 lungo la sponda destra del Tagliamento. 

    Nel secondo capitolo vengono descritti gli effetti di questa sequenza sismica. In particolare, la prima forte scossa ebbe un’intensità epicentrale pari al IX-X grado della scala macrosismica europea EMS-98 e fu avvertita in un’area estremamente vasta. Il risentimento si estese a tutta l’Italia centro-settentrionale raggiungendo città come Roma e Torino, e numerosi Paesi europei, tra cui Austria, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia, gran parte di Germania, Croazia, Francia, Polonia e Ungheria.

    Le tante testimonianze fotografiche degli effetti devastanti della sequenza sismica, geolocalizzate a scala comunale, sono state organizzate in una mappa interattiva (map tour) con brevi descrizioni per alcune località. 

    Il tragico impatto su molti centri abitati del territorio friulano emerge con chiarezza anche attraverso il confronto fotografico tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ di palazzi, monumenti e strade. 

    Il racconto dell’emergenza, fin dalle prime ore dopo il disastro, è il tema del terzo capitolo dove si evidenzia il ruolo dei giornalisti che cominciarono a esplorare le località più colpite, diventando non solo protagonisti delle storie altrui, ma testimoni diretti degli eventi, autentiche fonti primarie di notizie che nessun altro avrebbe potuto fornire. Alcune di queste testimonianze sono state raccolte in un’altra mappa interattiva (map tour) e mostrate in un reportage per la televisione pubblica. La stampa offrì anche ampio spazio agli approfondimenti scientifici attraverso una forma pionieristica di data journalism: una collaborazione unica tra gli scienziati dell’OGS di Trieste e il Messaggero Veneto, che portò alla pubblicazione di contenuti informativi giornalieri sull’andamento della sequenza sismica.

    L’emergenza in Friuli segnò, inoltre, la fine dell’improvvisazione. Ventiquattr’ore dopo la scossa più forte, il Governo nominò l’onorevole Giuseppe Zamberletti come Commissario Straordinario. Il suo approccio, il “Metodo Zamberletti”, non fu solo burocrazia, ma una rivoluzione operativa che trasformò i sindaci nel “cuore istituzionale” della gestione dell’emergenza grazie alla creazione dei Centri Operativi di Settore (COS). 

    L’onorevole Zamberletti diede l’impulso anche alla fase di ricostruzione, tema centrale del quarto capitolo, con il cosiddetto “Modello Friuli” che può tradursi semplificando nella formula del “dov’era e com’era”. Per attuare questo modello i comuni vennero classificati in base al livello di danneggiamento. In soli dieci anni, il Friuli risorse. Centri storici come Venzone e Gemona vennero restituiti alla loro bellezza originaria grazie a una sinergia tra nuove tecnologie antisismiche e rispetto filologico della storia. Fu la vittoria del decentramento amministrativo e della dignità di un popolo che rifiutava l’assistenzialismo.

    Il Friuli impressionò il mondo adottando un principio fondamentale: “prima la fabbrica, poi la casa”. L’obiettivo era chiaro: ricostruire il sistema produttivo per assicurare il futuro della regione e scongiurare l’esodo della popolazione. I risultati furono immediati e tangibili: in meno di un anno, oltre il 90% delle 450 imprese colpite era già tornato pienamente operativo.

    Nell’ultimo capitolo della story maps si racconta come il popolo friulano tornò ai miti ancestrali per elaborare il trauma: il terremoto divenne l’Orcolat, un orco o drago mitologico che dorme sotto il Monte San Simeone, tra Cavazzo, Bordano e Trasaghis. I suoi bruschi risvegli erano la spiegazione poetica alla furia cieca della terra. Il poeta e sindacalista Leonardo Zanier divenne la voce della resistenza culturale, usando la lingua friulana come uno scudo contro la disperazione. Nelle sue poesie, l’Orcolat si manifesta come una forza spietata che non guarda in faccia a nessuno, sbriciolando castelli e umili case.

    “Oh se il teremot al fos un drâc / platât dismenteât / vivarôs e lùscint / che sot via al va sgarfant ora / prescint par fâ sprofondâ / citâts e marans e cà e là a so / caprici las cjasas dai furlans…”

    (Oh se il terremoto fosse un drago / nascosto dimenticato / vigoroso e fiammeggiante / che sottoterra va scavando proprio ora / per far sprofondare città e casali / e qua e là a suo capriccio le case dei friulani…)

    Accanto ai racconti popolari e letterari, ci sono le storie dei sopravvissuti e dei testimoni. Alcune testimonianze di cittadini, amministratori, giornalisti, scienziati e soccorritori sono state geolocalizzate e raccolte in una mappa interattiva (map tour), in cui vengono proposte le relative interviste testuali e, in alcuni casi, anche multimediali.

    Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere è una storymaps di INGVterremoti realizzata in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS , ed è disponibile al seguente link: https://arcg.is/1Gm5em1 

    A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti) con la collaborazione di Andrea Coppotelli


    Licenza

    Licenza Creative Commons

    Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

    Vai alla notizia
  •   04 May 2026 12:00 - Esercitazione 2026 del Gruppo Operativo QUEST nei luoghi del terremoto del 1980

    Dal 14 al 16 aprile il Gruppo Operativo (GO) QUEST (Quick Earthquake Survey Team) dell’INGV è stato impegnato in un’esercitazione sul campo in due località simbolo della sismicità dell’Appennino meridionale, colpite, tra gli altri, dal terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980: Apice Vecchio (BN) e Conza della Campania (AV).

    Circa 50 tra ricercatori, ricercatrici e tecnici, provenienti da diverse sedi INGV distribuite su tutto il territorio nazionale, hanno partecipato alle attività di formazione e aggiornamento del GO  con l’obiettivo di rafforzare le competenze operative nel rilievo macrosismico, fondamentale per la valutazione degli effetti dei terremoti durante le emergenze.

    L’esercitazione si è aperta il 14 aprile con una sessione seminariale introduttiva, pensata in particolare per i nuovi aderenti a QUEST. Durante l’incontro è stata proposta una panoramica sulla macrosismica e sulle metodologie di rilievo, approfondendo anche le caratteristiche della sismicità dell’Appennino meridionale e del  devastante terremoto del 23 novembre 1980. Un ulteriore momento è stato dedicato all’analisi delle tipologie edilizie locali, anche attraverso l’utilizzo del Database Fotografico Macrosismico DFM, strumento di supporto per le attività formative del GO per il riconoscimento della vulnerabilità delle tipologie edilizie e la valutazione del danno.

    Nelle due giornate successive, i partecipanti hanno svolto attività sul campo nei centri di Apice Vecchia (centro abitato delocalizzato a seguito del terremoto del 21 agosto 1962) e Conza Vecchia (rasa al suolo dal terremoto del 23 novembre 1980 e delocalizzata più a valle), simulando le operazioni di rilievo macrosismico e applicando le procedure standard utilizzate nelle emergenze sismiche. L’esperienza ha offerto l’opportunità di osservare da vicino gli edifici danneggiati e di consolidare le conoscenze teoriche sul riconoscimento delle tipologie edilizie e dei danni causati dagli eventi sismici. 

    Attività di rilievo macrosismico sul campo durante l’esercitazione ad Apice Vecchio e Conza Vecchia. Durante il rilievo è stato utilizzato anche un drone, strumento particolarmente utile per verificare la presenza di eventuali danni alle coperture degli edifici.

    L’esercitazione ha previsto anche un momento di confronto e analisi dei dati raccolti sul campo, finalizzato all’interpretazione delle osservazioni e all’assegnazione dell’intensità macrosismica secondo la scala EMS-98. Questa fase ha rappresentato un passaggio cruciale per armonizzare le valutazioni e consolidare le competenze del gruppo.

    Il Gruppo Operativo QUEST in occasione dell’esercitazione Irpinia 2026

    L’esercitazione svolta in Irpinia rientra nelle attività di formazione periodica dei Gruppi Operativi (GO) dell’INGV, fondamentali per garantire interventi efficaci durante le emergenze sismiche.

    A cura del Gruppo Operativo QUEST-INGV


    Licenza

    Licenza Creative Commons

    Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

     

    Vai alla notizia