- 15 Jul 2026 08:06 - Tsunami e mareggiate: due fenomeni diversi, da non confondere
Le condizioni meteo-marine che hanno interessato lo scorso inverno il sud Italia e la Sardegna, con onde di notevole altezza, hanno provocato ingenti danni lungo numerosi tratti di costa, e in alcune località hanno interdetto l’accoglienza dei turisti anche nel periodo estivo. In questo contesto, è quindi opportuno chiarire la differenza tra mareggiate intense e tsunami (o maremoti), termini che in alcuni casi vengono utilizzati impropriamente.
Gli tsunami sono generalmente causati da forti terremoti sottomarini o vicino alla costa, frane o eruzioni vulcaniche che provocano un improvviso spostamento di grandi masse d’acqua. Non si tratta di un’onda singola, ma di un treno di onde successive: la prima non è necessariamente la più alta né la più distruttiva, e gli effetti maggiori possono manifestarsi anche a distanza di tempo dall’arrivo iniziale.
Dal punto di vista fisico, gli tsunami hanno una dinamica profondamente diversa rispetto alle onde generate dal vento. Essi mettono in movimento l’intera colonna d’acqua, dal fondale alla superficie, e trasportano una grande quantità di energia. Sono caratterizzati, inoltre, da lunghezze d’onda, cioè dalla distanza tra due creste successive, molto elevate, dell’ordine di decine di chilometri. Queste caratteristiche consentono alle onde di propagarsi rapidamente verso la costa e di penetrare nell’entroterra anche per centinaia di metri o chilometri, causando danni potenzialmente molto gravi. Gli tsunami non sono fenomeni rari in senso assoluto, ma rientrano, in particolare quelli distruttivi, tra i cosiddetti eventi HILP, ossia caratterizzati da alto impatto e bassa probabilità di occorrenza (High Impact – Low Probability).Le mareggiate, invece, sono fenomeni di origine meteorologica legati all’azione persistente di forti venti e al moto ondoso. Le onde provocate dal vento interessano solo gli strati superficiali e non l’intera colonna d’acqua. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, esse si infrangono contro le opere di difesa costiera, come i frangiflutti. In condizioni eccezionali, come nel caso del ciclone Harry, le onde possono acquistare una forza tale da superare anche le barriere artificiali, causando danni rilevanti alle infrastrutture costiere e alle costruzioni situate in aree particolarmente esposte, talvolta edificate in zone dove non sarebbe opportuno costruire. Anche in questi casi, tuttavia, si tratta di mareggiate e non di tsunami. Le mareggiate si differenziano dagli tsunami anche per la frequenza con cui avvengono (spesso descritta come tempo di ritorno medio). Si verificano ogni anno, con intensità e impatti variabili, e possono avvenire anche più volte nell’arco dello stesso anno. Gli tsunami, invece, hanno tempi di ritorno molto più lunghi.
La distinzione tra i due fenomeni emerge chiaramente anche osservando gli effetti sul territorio: onde di tsunami con altezze di 6–8 metri o superiori avrebbero trasportato un’energia tale da propagarsi per molte centinaia di metri nell’entroterra lungo i tratti di costa interessati. Negli eventi dell’inverno 2026 ciò non è avvenuto: i danni, pur diffusi e in alcuni casi molto gravi, hanno interessato principalmente le aree costiere immediatamente adiacenti al mare. Definire questi eventi come “tsunami” o “maremoti” è quindi scientificamente errato e rischia di generare confusione e allarmismo.

Confronto caratteristiche onde di tsunami e onde di vento 
Comportamento onda da tsunami Vi è poi una categoria differente di tsunami, definita meteotsunami, generata da rapide variazioni della pressione atmosferica e da specifiche condizioni meteo-marine. Si tratta di fenomeni con dinamiche proprie, che verranno descritti in un prossimo approfondimento.
Una comunicazione corretta è essenziale per comprendere i fenomeni naturali, valutarne i reali rischi e favorire una gestione più consapevole e sicura del territorio costiero.
Per sapere di più sul fenomeno degli tsunami consulta il libro dell’INGV “Terremoti e Maremoti. Come conoscerli e ridurre i rischi” e consulta la sezione del sito del Centro Allerta Tsunami INGV“ Consapevolezza e riduzione del rischio”.
A cura del Centro Allerta Tsunami INGV
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Vai alla notizia - 10 Jul 2026 13:21 - Il processo dell’Aquila: un seminario per riflettere sull’evoluzione nella gestione dell’emergenza
Quale evoluzione nella gestione delle emergenze sismiche dal 2009 ad oggi? Come è migliorata l’informazione sui terremoti e la comunicazione del rischio dopo il processo dell’Aquila? A queste e altre domande hanno risposto i relatori del seminario intitolato “La vicenda del processo dell’Aquila”, svoltosi il 19 giugno 2026, presso la Sala Conferenze della sede di Roma dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) organizzato in occasione della pubblicazione del Volume numero 100 della rivista Miscellanea INGV, intitolato “Raccolta di scritti sulla vicenda del processo dell’Aquila e successive riflessioni”.
L’iniziativa, a cura di Alessandro Amato, ricercatore associato INGV e autore del Volume, è stata un’occasione per tornare a riflettere su quanto accaduto, a oltre 17 anni dal terremoto dell’Aquila e a quasi 12 dalla conclusione dei tre gradi di giudizio che hanno coinvolto l’allora presidente dell’Istituto Enzo Boschi e il collega Giulio Selvaggi, all’epoca Direttore del Centro Nazionale Terremoti (CNT oggi ONT).
In questo video le risposte alle domande salienti.
Vai alla notizia - 07 Jul 2026 10:17 - ‘Terremoti: attenti agli elementi! – Dettagli che salvano la vita’: il nuovo libro di INGV sulla prevenzione sismica dedicato alle scuole superiori
La prevenzione sismica non riguarda soltanto grandi opere ingegneristiche o interventi complessi sugli edifici, ma anche la conoscenza degli “elementi” che compongono gli spazi in cui viviamo ogni giorno. Da questa idea che nasce “Terremoti: attenti agli elementi! – Dettagli che salvano la vita”, il nuovo volume pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dedicato alle scuole superiori.
Si rivolge anche a chi si occupa di comunicazione scientifica ed educazione al rischio, proponendo un esempio concreto di scienza per la società.

Il volume rappresenta l’evoluzione dell’omonima mostra realizzata nel 2019 per il Festival della Scienza di Genova, sviluppata in collaborazione con EUCENTRE e l’Università di Genova nell’ambito del progetto europeo KnowRISK (Know your city, Reduce selSmic risK through non-structural elements) finanziato dalla Direzione Generale per la Protezione Civile e le Operazioni di Aiuto Umanitario Europa (DG ECHO). La mostra, itinerante, ha fatto tappa in diverse città italiane (Varese, Milano, Grottaminarda (AV) e Padova), attualmente si trova presso la Sezione Irpinia dell’INGV, a supporto delle attività di divulgazione in un territorio ad elevata pericolosità sismica.
Passare dalla mostra al libro ha consentito di realizzare un prodotto più mirato. Il volume spiega in modo chiaro e accurato come la prevenzione passi dalla conoscenza del fenomeno, dalla consapevolezza dei possibili effetti che può provocare e dall’adozione di comportamenti utili per convivere consapevolmente con il pericolo.
Gli “elementi” richiamati nel titolo del libro sono le parti che compongono un edificio, distinte in elementi strutturali o portanti, che ne garantiscono la stabilità, e non strutturali, come arredi, scaffali, controsoffitti, impianti e oggetti presenti negli ambienti interni. L’“attenzione” è riferita alle azioni, anche semplici e a basso costo, che ognuno di noi può adottate per ridurre il rischio sismico connesso agli elementi non strutturali di un edificio. Il libro mostra perché anche questi ultimi sono importanti per la sicurezza: possono cadere, spostarsi, ostacolare le vie di fuga o causare danni e ferite anche quando l’edificio non crolla.
Il libro non si ferma qui, ma affronta il tema dell’amplificazione delle onde sismiche, causata dalle caratteristiche geologiche e dalla topografia del sito in cui sono poste le nostre abitazioni, e quello della risposta degli edifici alle scosse sismiche.

Non è solo un libro da leggere: è un percorso da esplorare. La grafica incuriosisce e orienta il lettore tra schede, domande, curiosità, approfondimenti, attività pratiche e risorse multimediali accompagnando studentesse e studenti nella comprensione di alcuni tra i meccanismi dei terremoti meno noti, ma più utili per essere preparati al prossimo evento sismico.
Nasce dall’incontro di competenze diverse, riunendo il lavoro e la passione di specialisti del settore per condividere sapere e consapevolezza. Alla realizzazione hanno contribuito Gemma Musacchio, Elena Eva e Stefano Solarino, Lorenzo Scandolo, Fabrizio Meroni, Salvatore Marino, Maddalena De Lucia, con le illustrazioni di Francesca Di Laura, graphic designer e illustratrice INGV. Il risultato è un prodotto pensato per la scuola, ma capace di parlare anche a un pubblico più ampio, mostrando come la conoscenza scientifica possa sostenere comportamenti più consapevoli e una cultura della prevenzione
La distribuzione del libro, pubblicato in formato cartaceo e prossimamente disponibile anche in versione digitale, avviene nell’ambito di iniziative ed eventi dedicati alle scuole coinvolte nelle attività di divulgazione e sensibilizzazione sul rischio sismico, tra cui Parole per la Terra e ScienzaAperta. Questi appuntamenti rappresentano occasioni di incontro e confronto rivolte a studenti, insegnanti, con l’obiettivo di rendere più accessibili quei temi che troppo spesso restano confinati agli ambiti specialistici e che, invece, riguardano la sicurezza collettiva. Attraverso i link dedicati è possibile consultare il calendario degli eventi e le date previste nelle diverse città italiane.

A cura di Fiammetta Huner (INGV Sez. di Milano)
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Vai alla notizia - 02 Jul 2026 08:53 - Le mappe mensili della sismicità, giugno 2026
Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 30 giugno del 2026.Sono stati 1438 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 30 giugno 2026, un numero in aumento rispetto al precedente mese di maggio, con una media che sale da 43 a quasi 48 terremoti al giorno. Dei 1438 eventi registrati, 159 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e solo 21 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0.
All’inizio del mese di giugno 2026 è stato registrato il più forte terremoto in Italia negli ultimi 10 anni, dopo quello del 30 ottobre del 2016 di magnitudo Mw 6.5 durante la sequenza sismica in Italia centrale. Il terremoto, di magnitudo ML 6.2 (Mw 6.1), è stato localizzato nel Mar Tirreno, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 259 km. Data la profondità, il terremoto è stato avvertito dalla popolazione diffusamente dal Lazio alla Sicilia, come testimoniano gli oltre 12 mila questionari arrivati sul sito “Hai sentito il terremoto?”. Qualche giorno più tardi è stato registrato un nuovo evento sismico profondo nel Mar Tirreno meridionale, sempre lungo la Costa Calabra nord-occidentale, di magnitudo Mw 4.6 e ad una profondità pari a circa 224 km. Questo terremoto è stato debolmente risentito in alcune località della Calabria e della Sicilia.
Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.
La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) .
Vai alla notizia - 27 Jun 2026 15:14 - Smartphone e allerta rapida in Venezuela: verità o leggenda?
Da quando è avvenuto il disastroso terremoto del Venezuela si sono letti molti commenti, soprattutto nelle ultime ore, riguardo il fatto che alcune (o molte) persone hanno ricevuto un’allerta sismica sui cellulari prima del terremoto.
A rigore, l’affermazione non è esatta: i cittadini hanno effettivamente ricevuto sui propri smartphone un’allerta sismica, ma la notifica è arrivata a terremoto già avvenuto o, per essere più precisi, quando la scossa era già iniziata.
Il processo di rottura di una faglia grande come quella che si è attivata in Venezuela il 24 giugno 2026 (lunga circa 200 km) dura alcune decine di secondi. Ciò che accade è che mentre la rottura sta ancora propagandosi lungo la faglia, emettendo energia sotto forma di onde sismiche, le zone della faglia più prossime all’ipocentro avranno già subito un forte scuotimento. Inoltre le prime onde prodotte da un terremoto sono le onde P, più veloci e generalmente meno distruttive delle onde S; la differenza dei tempi di arrivo delle due onde sarà tanto maggiore più ci si allontana dall’epicentro; se ci si trova a 50 km, si possono avere 10-15 secondi di differenza. Se si è sopra l’epicentro, purtroppo la differenza è piccolissima.
Avendo a disposizione degli strumenti capaci di osservare e misurare il moto del suolo (sismometri o accelerometri, ad esempio), è possibile, stimare rapidamente la magnitudo del terremoto o comunque le caratteristiche del movimento del terreno, e usare queste informazioni per “prevedere” cosa accadrà nelle aree più distanti della faglia e intorno ad essa. Non una previsione del terremoto, quindi, ma una previsione del suo possibile impatto nelle aree più lontane dall’epicentro. Esisterà dunque sempre una zona “cieca” dove non sarà possibile inviare un’allerta. Questo è il principio base di un sistema di allerta rapido dei terremoti (Earthquake Early Warning System, EEWS) e sfrutta il fatto che l’avviso viaggia in pratica alla velocità della luce (molto maggiore della velocità delle onde sismiche), potendo quindi raggiungere immediatamente le aree più lontane dall’epicentro.
Il principio è lo stesso dei sistemi di allerta tsunami (Tsunami Early Warning System, TEWS), con la differenza che per questi ultimi i tempi di propagazione delle onde di maremoto sono molto più alti, da qualche minuto a molte ore; quindi, le possibilità di informare tempestivamente le persone lungo le coste a rischio sono di gran lunga maggiori.
L’allerta sismico in Venezuela
Ma veniamo al caso del Venezuela. L’allerta di cui abbiamo letto, inviato da Google sui cellulari Android, si basa su un sistema che non utilizza una rete di sismometri installata ad hoc, ma sfrutta i minuscoli accelerometri presenti all’interno dei cellulari che tutti noi utilizziamo. Questi accelerometri non forniscono segnali di alta qualità come quelli utilizzati per scopi scientifici (che costano due o tre ordini di grandezza di più, da pochi euro a qualche migliaio), ma hanno il pregio di essere molto più numerosi, anche in questo caso di alcuni ordini di grandezza. Tipicamente, anche nelle regioni dove le reti sismiche e accelerometriche sono più dense, come il Giappone, la California o l’Italia, il numero degli strumenti scientifici è di alcune centinaia o al massimo qualche migliaio, mentre nella stessa area possono esserci attivi milioni di smartphone.
La tecnologia sviluppata da Google, con il supporto scientifico del laboratorio sismologico dell’Università di Berkeley e del suo ideatore principale Richard Allen, si basa proprio sull’analisi rapida e massiva dei dati degli accelerometri dei cellulari. In pratica un numero enorme di dati rilevati da questi nell’area epicentrale ha permesso di stimare le caratteristiche dello scuotimento in atto e inviare una segnalazione alle aree più distanti. Il sistema, chiamato Android Earthquake Alerts, ha iniziato a essere sperimentato nel 2021, prima in Grecia e Nuova Zelanda, e oggi è attivo in 98 Paesi, dove copre circa 2,5 miliardi di persone.
La faglia (o le faglie?) e l’allerta
Nel caso del terremoto del 24 giugno scorso il risultato è probabilmente stato agevolato dal fatto che i terremoti forti sono stati due, avvenuti in rapida successione: come già descritto, il primo terremoto riconosciuto dall’USGS è avvenuto il 24 giugno alle 22:04:33 (orario UTC, in Venezuela le 18:04; in Italia le 00:04 del 25/6) e ha avuto magnitudo 7.2; il secondo, di magnitudo 7.5 (quindi circa tre volte più energetico del primo!) è avvenuto 39 secondi dopo. Come accennato prima, va considerato che il processo di rottura di una faglia per un terremoto di magnitudo 7.2 dura alcune decine di secondi, quindi l’evento di magnitudo 7.5 è iniziato quando il primo era appena terminato o ancora in corso, facendo ipotizzare che, in realtà, si potrebbe trattare di un unico terremoto con due episodi successivi che potrebbero avere interessato due segmenti della stessa faglia o due faglie vicine, con meccanismi focali molto simili.
Dal modello di faglia ricostruito dai ricercatori dell’INGV con i dati satellitari, si ipotizza che si sia trattato di un unico processo di rottura complesso, caratterizzato da due principali zone di rilascio di energia lungo la stessa struttura tettonica e che la propagazione della faglia sia avvenuta principalmente da Ovest a Est, verso Caracas.

Modello di faglia ricostruito dall’INGV sulla base dei dati satellitari. Anche l’USGS considera ora il terremoto come un unico evento caratterizzato da due sub-eventi (vedi anche la figura successiva) e ipotizza un modello di faglia, basato sui dati sismologici a grande distanza (telesismici) e sui dati da satellite, con la propagazione della rottura verso Est, ma con una distribuzione dello spostamento sulla faglia un po’ differente da quella ottenuta da INGV. Dalle analisi in corso sui dati progressivamente disponibili, si evince che la propagazione della rottura in direzione Est ha purtroppo aggravato l’impatto del terremoto nella capitale del Venezuela.

Distribuzione del rilascio di energia nel tempo (source time function) dopo l’inizio del terremoto, normalizzato al picco di energia rilasciata che avviene a 40 secondi dall’inizio del processo di rottura (indicato nell’angolo in alto a destra del grafico). La linea tratteggiata rossa rappresenta la fine stimata dell’evento, tra 90 e 100 secondi dall’inizio. La curva blu a sinistra del grafico rappresenta il rilascio di energia del primo sub-evento. Guardando la distribuzione del rilascio di energia nel tempo si nota che, in sostanza, la durata dell’intero processo di rottura della faglia è circa un minuto e mezzo. E’ importante precisare che la durata dello scuotimento avvertito non corrisponde con la durata della rottura sulla faglia. Quest’ultima indica la durata del fenomeno di “produzione” delle onde sismiche (queste vengono emesse sulla superficie di faglia durante la rottura), nel caso in esame quindi circa un minuto e mezzo. La propagazione delle onde dura molto di più, perché queste ultime vengono riflesse e rifratte più volte all’interno della Terra e alla superficie. In un caso come questo, i sismometri di tutto il mondo registrano queste onde per molte ore, mentre le persone le avvertiranno per una durata variabile che dipende dalla distanza dalla faglia, dalle condizioni geologiche, dall’altezza dell’edificio, dalla posizione (in piedi o sdraiati, ad esempio), e perfino dalla percezione individuale.
Tornando all’allerta in Venezuela, è quindi realistico che molte persone siano state “allertate” prima dello scuotimento più forte, come testimoniano diversi messaggi circolati sui social media in questi giorni. Nell’esempio sotto riportato dal Corriere della Sera, si vede ad esempio che il messaggio di allerta prevedeva una magnitudo pari a 6.2, fortemente sottostimata rispetto alla realtà (un terremoto di magnitudo 6.2 è circa 90 volte più piccolo di uno di 7.5!), e l’allerta era stata inviata in questo caso a Curazao, distante circa 300 km dall’epicentro, mentre nell’esempio di destra si tratta di una distanza di circa 120 chilometri, sempre con magnitudo stimata di 6.2.
In generale, come suggerito dal Prof. Aldo Zollo (Università di Napoli Federico II) la valutazione della performance di un sistema di allerta deve essere effettuata in maniera accurata, considerando molti elementi, tra i quali:
- Quanti secondi di preavviso utile hanno avuto le persone prima che le scosse provocassero danni?
- Quante persone nelle aree più critiche non hanno ricevuto l’allerta?
- Quanto è stata accurata la previsione del terremoto (e dello scuotimento) in termini di allarmi corretti, mancati e falsi?
- Quanti cittadini hanno utilizzato l’allerta per adottare misure di protezione?
- L’allerta è stata ricevuta principalmente dalle persone nell’area ad alto impatto o soprattutto dagli utenti più lontani, dove le scosse sono state meno dannose?
Questa valutazione si rende necessaria, prima di poter affermare che un sistema ha funzionato o meno. Meglio sarebbe dire che va valutata la sua reale efficacia.

Esempi di allerta da Il Corriere della Sera Anche pochi secondi contano
Sebbene i tempi di un’allerta sismica siano contenuti, alcuni secondi o al massimo poche decine, questo tempo può fare una differenza significativa. Le persone possono allontanarsi dalle finestre o dai luoghi critici, interrompere l’uso di macchinari pericolosi o mettersi al riparo nelle aree più sicure della propria casa prima che inizi lo scuotimento più forte. Inoltre, studi sui comportamenti e l’accettazione sociale di questi sistemi condotti in USA, in Nuova Zelanda e anche in Italia dimostrano che l’avviso può aiutare per prepararsi mentalmente all’evento, evitando così di farsi prendere dal panico.
L’Italia, come noto, è un Paese ad alto rischio sismico. Da molti anni sta sperimentando sistemi di allerta precoce dei terremoti. Nel nostro Paese c’è stata una certa diffidenza nei confronto di tali sistemi, dovuta soprattutto al fatto che i danni dei terremoti si riscontrano entro poche decine di chilometri dall’epicentro, a causa delle magnitudo generalmente più basse (e dalle faglie più piccole) rispetto ai casi come quello di questi giorni del Venezuela, o al terremoto della Turchia del 2023 (faglia di 300 km) o della Nuova Zelanda nel 2016 (faglia di 180-200 km), tutti terremoti che hanno visto l’attivazione di più segmenti di faglia adiacenti. Ciò nonostante, nel passato sismico del nostro Paese abbiamo avuto terremoti complessi con episodi di rotture multiple, l’ultimo dei quali nel 1980 in Irpinia (tre sub-eventi a distanza di 40 secondi), ma con un’ampia casistica se guardiamo al catalogo storico (nel 1456, 1693, 1783, solo per citarne alcuni). Oggi, con il progredire della tecnologia, sia delle reti sismiche che della trasmissione dei dati, le possibilità di stimare rapidamente un evento sismico – e raggiungere rapidamente le persone – sono molte aumentate e si sta quindi sperimentando anche in Italia.
Un risultato importante è stato raggiunto di recente con il sistema di allerta sismica preventiva, sviluppato in collaborazione tra RFI e l’Università degli Studi di Napoli Federico II e applicato al tratto Roma-Napoli della rete ferroviaria ad alta velocità. Anche l’INGV ha avviato processi di sperimentazione finalizzati alla realizzazione di un sistema di allerta precoce dei terremoti su scala nazionale. Riguardo alla tecnologia proposta da Google, va detto che al momento questa è operativa in molti Paesi nel mondo, ma non ancora in Italia.
Un’ultima considerazione va fatta riguardo alla difesa dai terremoti in generale: sarà molto importante arrivare anche nel nostro Paese a un sistema di allerta sismica, ma la riduzione del rischio passa innanzitutto per la riduzione della vulnerabilità degli edifici. Ricevere un’allerta 5,10, anche 20 secondi prima di un terremoto non permetterebbe quasi mai di uscire all’aperto per salvarsi dai crolli, ma come detto solo di prepararsi mentalmente, portandosi nel luogo più sicuro della casa o di una scuola, anche semplicemente riparandosi sotto un tavolo solido o un banco. Tuttavia, è evidente che ricevere un preavviso potrebbe non essere sufficiente a garantire la nostra incolumità qualora l’edificio dovesse crollare completamente. Importante quindi che il nostro patrimonio edilizio sia sismicamente adeguato o migliorato, soprattutto nelle aree ad alta pericolosità.
A cura di Alessandro Amato, INGV.
Altri articoli utili
Judith A Hubbard and Kyle Bradley, Early scientific picture of the deadly Venezuela earthquake emerges. Eastward rupture from the Boconó fault onto the San Sebastián fault.
Allen, R. M. & Melgar, D. Earthquake early warning: Advances, scientific challenges, and societal needs. (2019). https://doi.org/10 .1146/annurev-earth-053018
Festa,G. et al. Performance of earthquake early warning systems during the 2016–2017 Mw5–6.5 central Italy sequence. Seismol. Res. Lett. 89 (1), 1–12. https://doi.org/10.1785/0220170150 (2017).
Hoshiba, M. & Ozaki, T. Earthquake early warning and tsunami warning of the Japan meteorological Agency, and their performance in the 2011 off the Pacific Coast of Tohoku earthquake (Mw 9.0). In: (eds Wenzel, F. & Zschau, J.) Early Warning for Geological Disasters. Advanced Technologies in Earth Sciences. Springer, Berlin, Heidelberg. https://doi.org/10.1007/978-3-642-12233-0_1 (2014).
Ladina C, Marzorati S, Amato A and Cattaneo M (2021) Feasibility Study of an Earthquake Early Warning System in Eastern Central Italy. Front. Earth Sci. 9:685751. doi: 10.3389/feart.2021.685751
Rea, R., A. Scala, F. Bernardi, L. Elia, S. Lorito, S. Colombelli, G. Festa, F. Romano, A. Amato & A. Zollo (2025). Feasibility study of an integrated earthquake and tsunami early warning system. Scientific Reports, 15:43124 | https://doi.org/10.1038/s41598-025-25832-5
Satriano, C., Wu, Y. M., Zollo, A. & Kanamori, H. Earthquake early warning: Concepts, methods and physical grounds. Soil. Dyn. Earthq. Eng. 31 (Issue 2), 106–118. https://doi.org/10.1016/j.soildyn.2010.07.007 (2011).
Zollo, A., Colombelli, S., Caruso, A. & Elia, L. An evolutionary shaking-forecast-based earthquake early warning method. Earth Space Sci. 10 (4). https://doi.org/10.1029/2022EA002657 (Apr. 2023).
Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale
Vai alla notizia


