•   17 Feb 2026 10:42 - Nuove ricerche svelano la complessità geologica dello Stretto di Messina

    Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

    Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

    Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

    Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta subduzione calabra dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

    Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

    Due zone dove nascono i terremoti

    Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

    • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
    • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

    Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

    Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

    Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

    Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

    Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

    Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

    Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

    Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

    Perché questi risultati sono importanti

    Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

    Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

    Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

    Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

    Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

    A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

    Bibliografia

    Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

    Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

    Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

    Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

    Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

    Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.


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  •   12 Feb 2026 10:58 - Mostra “Terra – Il pianeta in 5 sensi”, un incontro sensoriale tra scienza e comunità

    Come coinvolgere le persone e raccontare che le geoscienze sono sempre intorno a noi? Partiamo da un punto importante: i nostri sensi possono trasformarsi in strumenti di esplorazione scientifica aiutandoci ad accrescere il nostro bagaglio culturale. Non ce ne accorgiamo ma le geoscienze permeano la nostra vita essendo, di fatto, continua la nostra interazione col pianeta e i processi geologici, geofisici, geochimici: l’olfatto ci offre un legame sorprendente con alcuni ambienti (dal terreno bagnato di pioggia ai gas emessi dai vulcani); il tatto ci connette fisicamente alla Terra permettendoci di percepirne le caratteristiche fisiche; o il gusto, in profonda relazione con la geologia (pensiamo per esempio alle caratteristiche organolettiche dei vini che crescono sui terreni vulcanici).

    Da questo presupposto nasce Terra – Il Pianeta in 5 Sensi, la mostra dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che accompagna il pubblico alla scoperta delle meraviglie del nostro pianeta ammirando la sua bellezza e complessità, ascoltando la sua voce, percependo le sue vibrazioni. Un viaggio esperienziale che, giocando con curiosità, ricordi ed emozioni permette di coinvolgere grandi e piccoli e raccontare le geoscienze all’interno di un percorso che consente di visualizzare le linee di forza del campo magnetico, toccare la Terra, sentire i suoni del nostro pianeta.  

    Per farlo, abbiamo così messo da parte la didattica tradizionale, cambiando prospettiva: non partiamo dalle spiegazioni, ma dal vissuto delle persone, dai loro ricordi, da momenti ritrovati nella memoria grazie a stimoli sensoriali (odori, suoni, immagini), per avvicinare ancora di più la scienza a cittadine e cittadini.

    Un momento del percorso della Mostra al Festival della Scienza di Genova

    Il percorso sensoriale

    I fenomeni geofisici e geochimici sono raccontati attraverso esperienze e installazioni disposte su tavoli tematici interattivi, e mostrati lungo un itinerario che dialoga col visitatore: i contenuti, proposti in una successione di interrogativi e spiegazioni, risultano quindi coinvolgenti ed educativi. Muovendosi in ambienti che sollecitano olfatto, tatto, vista, udito e gusto, dall’ascolto delle onde sismiche, agli odori della Terra, alla narrazione dei sapori di antichi mari ormai scomparsi, si arriva alla Tavola Vibrante che può oscillare simulando il movimento orizzontale di un terremoto, un exhibit particolarmente emozionante e coinvolgente.

    La collaborazione nata in questa occasione tra l’INGV e l’artista Filippo Gregoretti ha condotto verso la creazione di un’esperienza molto suggestiva, ovvero Màtrà, un’opera audiovisiva che, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, trasforma dati scientifici (sismogrammi e anomalie magnetiche) in musica e immagini, presentando la profondità del nostro pianeta come un’esperienza visiva e sonora impermanente.

    Il percorso è progettato per essere il più inclusivo possibile, garantendo che ogni visitatore, indipendentemente dalle proprie abilità, possa esplorare e comprendere i fenomeni geofisici, attraverso esperienze tatto-sensoriali e percorsi privi di barriere. La realizzazione del percorso tattile per le persone con disabilità visiva è stata possibile grazie alla fondamentale collaborazione con l’Associazione di Volontariato Museum – ODV: disegni in rilievo e scrittura braille accompagnano gli exhibit nella sezione della Vista. La musica creata presso l’installazione Màtrà è supportata invece da due gilet aptici per permettere a persone con disabilità uditiva di percepire l’esperienza sonora grazie a stimoli vibrotattili. Abbiamo potuto così organizzare visite guidate multisensoriali (con l’Associazione di Volontariato Museum – ODV e con la Lega Del Filo D’Oro) perché la scienza è di tutti e di tutte.

    Un momento del percorso della Mostra a Villa Torlonia, a Roma

    La Mostra vuole anche informare sulle ricerche e sul lavoro portato avanti dall’INGV, un lavoro che entra nella vita quotidiana dei cittadini e delle cittadine proteggendo e informando: dalla sorveglianza sismica alla gestione dei rischi naturali, dai cambiamenti climatici all’uso sostenibile delle risorse. Una sezione, infatti, mostra una parte del lavoro svolto presso la Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami, di Roma, come era un tempo e come è oggi, facendo riflettere le persone su come sono cambiati negli anni le modalità di monitoraggio sismico del territorio nazionale, sempre più accurate e sempre più veloci (se per il terremoto del 1980 ci vollero ore per calcolare l’epicentro, oggi la prima localizzazione automatica viene comunicata in circa 2 minuti).

    Le tappe della Mostra

    La Mostra, realizzata in occasione dei 25 anni dalla nascita dell’INGV, è stata inaugurata a Roma, presso Technotown – Hub della Scienza Creativa, a Villa Torlonia, il 3 aprile 2025. Successivamente è stata ospitata a Genova prima dal Festival della Scienza poi dal Comune di Genova (presso la Sala Dogana del Palazzo Ducale). Attualmente, e fino al 30 giugno, la mostra è a Livorno presso il MusMed, Museo di Storia Naturale del Mediterraneo (ingresso libero gratuito il martedì, il giovedì e il sabato dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00, il mercoledì e il venerdì dalle 9:00 alle 13:00; la domenica la mostra sarà accessibile dalle 15:00 alle 18:00 con visita guidata a pagamento su prenotazione)

    A partire da luglio 2026, sarà ospitata dalla città de L’Aquila, presso il Palazzo Spaventa, in concomitanza con la prestigiosa designazione della città quale Capitale Italiana della Cultura 2026

    Attraverso questo viaggio che si snoda tra diverse città e diverse realtà, la Mostra sta riuscendo nell’intento di essere un’esposizione itinerante e di raggiungere un pubblico vasto, diffondendo la cultura scientifica delle Scienze della Terra, adattandosi di volta in volta a spazi e tempi diversi, mantenendo i propri contenuti intatti e ottenendo risultati, in termini di numeri di visitatori, straordinari.

    Tutto questo è stato reso possibile grazie alla grande collaborazione all’interno dell’INGV che ha permesso la nascita e la realizzazione della Mostra, al lavoro del comitato scientifico per lo sviluppo dei contenuti, e alle tante persone, studenti, laureandi, colleghi e colleghe, che si sono resi disponibili in mille modi, in particolare nel fare le visite guidate in tutti questi mesi. La persona che effettua la visita guidata, divulgatore o divulgatrice, è uno degli elementi essenziali per la riuscita di una mostra raccontando con competenza e passione la scienza al pubblico. Inoltre, quando è il ricercatore o la ricercatrice stessa a presentare i propri studi, il proprio lavoro quotidiano, nasce un collegamento diretto tra il pubblico e il mondo della ricerca, aggiungendo valore e forza ai risultati scientifici divulgati.

    Tutti noi, ricercatori e ricercatrici che studiamo la Terra ogni giorno, incontrando bambini e adulti in una cornice coinvolgente come può essere questa Mostra, creiamo un ponte tra cittadinanza e scienza, offriamo un’occasione divulgativa importante per promuovere la cultura scientifica e per sottolineare il ruolo fondamentale che la Ricerca svolge per la società.

    Vedi altre immagini nella galleria a questo link

    A cura di Maria Grazia Ciaccio (INGV-Roma1), curatrice della mostra

    Si ringraziano per il supporto continuo: Maddalena De Lucia (Responsabile del Centro Servizi Comunicazione e Divulgazione Scientifica) e Domenico Di Mauro (Responsabile del Settore Comunicazione), il comitato scientifico (elenco nei Crediti) per il lavoro e le idee sui contenuti, e tutte le persone che si sono spese in questi mesi, dedicando tempo ed energie per trasferire la mostra nelle diverse città. Tutte queste attività ne hanno consentito  la fruizione completa e interattiva a quasi un anno dalla sua prima inaugurazione; un ringraziamento iparticolare va ad E. Eva, S. Solarino, G. De Astis, G. Soldati, V. Misiti, G.L. Piangiamore, G. D’Addezio e il Laboratorio grafica & immagini INGV.

     


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  •   06 Feb 2026 17:53 - Nuovi sviluppi del Centro Allerta Tsunami a tre anni dal terremoto in Turchia del 6 febbraio 2023

    Tre anni fa, il 6 febbraio del 2023, la Turchia venne colpita da uno dei più forti terremoti della sua storia, di magnitudo 7.8 nella regione sudorientale del Paese, nota per la presenza di una delle più grandi faglie attive del mondo, la Faglia Est-Anatolica (EAF), lungo la quale si era originato il terremoto stesso. La devastazione fu enorme, con interi paesi rasi al suolo, decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati.

    Non tutti si ricordano che nella notte tra il 5 e il 6 febbraio, pochi minuti dopo l’evento, alle ore 02:17 italiane, le 04:17 in Turchia, il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV e l’analogo centro di monitoraggio turco, il KOERI, diramarono un messaggio di allerta rossa (il massimo) per un possibile tsunami che avrebbe potuto colpire tutte le coste del Mediterraneo

    A posteriori l’allerta apparve, agli occhi di molti, ingiustificata o quanto meno esagerata. 

    Questo articolo vuole ricostruire brevemente cosa accadde quella notte e soprattutto perché venne diramata l’allerta rossa. 

    Il terremoto

    Senza entrare in troppi dettagli tecnici sull’evento sismico e sul processo di rottura, su cui sono stati scritti numerosi articoli in questi tre anni, riportiamo una mappa con lo schema geologico della regione. Nella figura è riportato l’epicentro del terremoto del 6 febbraio 2023 (la stella rossa più grande) posizionato lungo la EAF, a circa 95 km dalla costa, e la zona dei terremoti successivi (aftershocks in rosso chiaro). La rottura sulla EAF è stata di circa 300 km ed è avvenuta in senso bidirezionale, ossia si è propagata dal punto iniziale della rottura sia verso nord-est che verso sud-ovest. Il particolare della distanza dalla costa, di poco inferiore ai 100 chilometri, è molto importante per quanto vedremo dopo relativamente all’allerta tsunami. Il meccanismo di rottura è stato di tipo prevalentemente trascorrente, ossia con un movimento orizzontale, anche se localmente sono stati osservati spostamenti verticali lungo alcuni settori della faglia.

    Mappa con lo schema geologico tratta da un articolo su Le Scienze del 2023 di A. Amato, al quale si rimanda per altri dettagli sull’evento sismico.

    L’allerta tsunami nel Mediterraneo

    Il CAT dell’INGV è uno degli Tsunami Service Provider (TSP) della regione NEAMTWS, uno dei quattro Centri di Coordinamento Intergovernativo coordinati dalla Commissione Oceanografica dell’UNESCO. Il CAT effettua il monitoraggio H24/7 dei terremoti nel mondo e rilascia i messaggi di informazione e allerta di possibili tsunami per l’intero bacino del Mediterraneo. I messaggi vengono inviati per ogni evento sismico di magnitudo pari o superiore a 5.5 che avvengono in mare o lungo le coste. Poiché le aree di rottura delle faglie per i grandi terremoti sono di centinaia o migliaia di chilometri quadrati, si considerano potenzialmente pericolosi anche i terremoti che avvengono fino a 100 km dalla costa

    Ecco spiegato il motivo dell’allerta diramata nonostante la notevole distanza dal mare. 

    Perché è stata diramata l’allerta di livello rosso per tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa? 

    Sin da quando il CAT venne accreditato come TSP da una specifica commissione UNESCO, la definizione dei livelli di allerta è stata stabilita in base a una Matrice Decisionale che venne approvata e implementata. Analoghe matrici decisionali sono utilizzate dagli altri TSP del NEAMTWS. La Matrice del CAT, approvata anche dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) nella Direttiva SiAM del 2017, prevede che per i terremoti di magnitudo superiore a 7.5 si dirami un’allerta rossa (Watch nella nomenclatura del NEAMTWS) per tutto il bacino del Mediterraneo, mentre per terremoti più piccoli (es. tra 6.5 e 7.0) l’allerta rossa è limitata ad aree più ristrette (raggio di 100 km o 400 km), come accaduto il 30 ottobre 2020 a Samos, nel Mar Egeo. Va detto che la Matrice descritta è stata definita considerando un approccio conservativo, per evitare mancati allarmi. 

    Nel caso del terremoto turco del 2023, quindi, la diramazione dell’allerta rossa per tutto il Mediterraneo, Italia compresa, era giustificata dalle procedure in atto. Il primo messaggio venne inviato otto minuti dopo il terremoto, un tempo sufficiente per allertare le persone in prossimità dell’area colpita, e molto ampio per avvisare le persone poste in luoghi lontani: ad esempio, i tempi di arrivo previsti per l’Italia di uno tsunami originato nell’estremo Mediterraneo sono di oltre quattro ore per le coste più prossime (quelle della Calabria ionica) e superiori alle sei ore per le coste dell’Italia centrale e settentrionale.

    Alla ricezione del messaggio iniziale, il DPC ha diramato automaticamente l’allerta a tutti i destinatari istituzionali (Regioni, Province, Comuni, Vigili del Fuoco, Ferrovie, Autostrade, ecc.), comprese le Agenzie di Stampa.

    Mappa dei livelli di allerta calcolati in base alla Matrice Decisionale in uso al CAT: come si nota sono tutti rossi. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point); le curve di livello indicano i tempi di percorrenza dello tsunami causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia.

    La conferma dell’allerta

    Le procedure operative in caso di allertamento a seguito di un forte terremoto prevedono che il primo messaggio venga inviato il prima possibile: nel caso del 2023, venne inviato otto minuti dopo il terremoto (la Direttiva SiAM stabilisce che il tempo massimo per l’invio del messaggio iniziale sia di 14 minuti). A seguire, i Turnisti del CAT controllano i dati dei mareografi più vicini all’epicentro, per confermare l’eventuale presenza delle onde di tsunami. Nel caso in questione, lungo le coste della Turchia sud-orientale erano operativi due mareografi, quello di Iskenderun e quello di Erdemli. Entrambi questi strumenti rilevarono lo tsunami, per quanto di entità limitata (come mostrato nei grafici riportati sotto). I Turnisti del CAT, di concerto con il Funzionario CAT reperibile quella notte, emisero, quindi, un secondo messaggio (ongoing secondo la nomenclatura internazionale, di conferma secondo le procedure del SiAM), circa un’ora dopo il primo (alle 03:37 ora italiana). In piena notte in Italia l’allerta tsunami era in corso.

    Segnali mareografici delle due stazioni operative lungo le coste della Turchia sud-orientale. In entrambi i casi è possibile osservare delle oscillazioni anomale del mare. Fonte: Sito Intergovernmental Oceanographic Commission (https://www.ioc-sealevelmonitoring.org).

    Purtroppo, nel Mediterraneo orientale non c’erano molti altri mareografi funzionanti, motivo per cui era molto difficile prevedere se le coste italiane fossero in pericolo.

    Nel frattempo, a titolo cautelativo, diversi Enti territoriali in Italia avevano applicato le procedure previste in caso di allerta. In qualche caso, laddove tali procedure non erano ancora state stabilite, si sono adottate misure di cautela ancora maggiori, mentre in altri casi l’allerta è stata ignorata. Tra le misure intraprese, sono state chiuse alcune scuole e bloccati i treni in Puglia, Calabria e Sicilia, solo per citarne qualcuna.

    Notizia pubblicata dall’ANSA alle ore 03:31 del 6 febbraio 2023 in seguito alla diramazione dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.

    In queste condizioni di incertezza, con uno tsunami osservato in Turchia, il CAT ha ritenuto necessario di non chiudere l’allerta prima di aver controllato un numero sufficiente di mareografi, compresi alcuni di quelli ubicati in Italia. I primi punti di osservazione disponibili per le nostre coste, appartenenti alla Rete Mareografica Nazionale dell’ISPRA, erano quelli di Crotone in Calabria (dove la prima onda sarebbe eventualmente arrivata alle 06:32 ora italiana) e di Catania in Sicilia, dove lo tsunami sarebbe arrivato pochi minuti dopo, alle 06:39 ora italiana (i tempi di arrivo vengono stimati considerando la distanza e la profondità del mare lungo il tragitto e sono riportati nei messaggi di allerta). Soltanto trascorsa circa mezz’ora dall’arrivo stimato in Italia, non osservando alcuna anomalia in questi e in altri mareografi (Messina, Otranto, ecc.) alle 07:02 ora italiana è stato diramato il messaggio di fine allerta dal CAT

    A quel punto, molte delle procedure di allertamento che erano state messe in atto vennero ritirate. In alcuni casi, tuttavia, l’allerta venne mantenuta anche dopo, come nel caso di scuole in alcune regioni lontane come la Campania che rimasero chiuse per cautela.

    Notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano il 6 febbraio 2023 dopo la chiusura dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.

    Si può parlare di una “falsa allerta”?

    No, non proprio. In realtà, come descritto sopra, il terremoto, pur essendosi originato a quasi 100 km dalla costa e con un movimento di tipo trascorrente, ha generato uno tsunami, sia pure di piccole dimensioni, secondo alcuni studiosi a causa di una frana sottomarina, ma la dinamica non è ancora del tutto chiara. A posteriori, si può supporre che, se la faglia si fosse propagata interamente verso sudovest invece che bilateralmente, avrebbe interessato il fondale marino per una lunghezza notevole, probabilmente superiore ai 100 chilometri, e in un caso del genere uno tsunami più grande si sarebbe potuto generare. 

    Per una migliore comprensione di quanto accaduto,  va ricordato che nei primi minuti dopo un terremoto non si hanno informazioni sulle caratteristiche della faglia coinvolta; pertanto le previsioni, che devono essere tempestive, possono basarsi unicamente sui dati del terremoto (posizione, profondità, grandezza).  

    Come è migliorato il Sistema di allerta tsunami

    Già prima del terremoto del 2023, il CAT stava lavorando per superare i limiti della Matrice Decisionale. Il metodo che è stato messo a punto dai ricercatori del CAT (denominato Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF) si basa su una stima probabilistica che viene effettuata una volta nota la posizione, la profondità e la magnitudo del terremoto, tenendo conto delle conoscenze geologiche pregresse. In pratica si stima quali sono le probabilità che un determinato terremoto sia avvenuto su una delle faglie note (o presunte) di quella regione, prendendo in considerazioni tutti i possibili scenari. Nel caso del terremoto del 2023, la presenza dominante della Faglia Est-Anatolica, notoriamente una faglia trascorrente sinistra, avrebbe permesso di capire che la probabilità di uno tsunami distruttivo era molto bassa. In effetti, le simulazioni effettuate ex post simulando la situazione reale hanno mostrato che il metodo del PTF avrebbe fatto una previsione accurata di quanto poi successo realmente, come si vede nella figura sottostante. Come si vede, soltanto le aree più prossime all’area epicentrale sono rosse o giallo-arancio, mentre tutto il resto del bacino del Mediterraneo presenta un livello verde, cioè di sola informazione e non di allerta.  

    Simulazione dei tempi di arrivo delle onde dello tsunami (curve di livello) causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia, utilizzando il metodo del Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point).

    In questi tre anni sono proseguiti i test per perfezionare il metodo, con numerosi passaggi per gli organi interni all’INGV (CdA, Consiglio Scientifico e un panel di esperti internazionali), con il DPC, con quelli del NEAMTWS e con il coinvolgimento della Commissione Grandi Rischi (Sezione Maremoti), organismo di consulenza del DPC.

    Il ruolo del DPC era quello di stabilire le soglie di probabilità che ottimizzassero il rapporto tra falsi e mancati allarmi. Proprio nelle ultime settimane sono stati affrontati gli ultimi aspetti rimasti aperti e a breve il metodo entrerà in operatività, con l’abbandono della Matrice Decisionale.

    Ulteriori sviluppi del sistema di monitoraggio per gli tsunami

    Nel 2025 sono state posizionate dall’INGV due boe di monitoraggio nel Mar Ionio per potenziare la rete di sorveglianza degli tsunami. Si tratta delle prime boe d’alto mare installate nel Mar Mediterraneo e, grazie alla loro posizione, consentiranno di caratterizzare eventuali onde di tsunami in anticipo, prima che raggiungano le coste italiane e prima ancora di essere rilevate dai mareografi presenti nei nostri porti. Questo ha reso più efficace il sistema di allerta e ha colmato una precedente mancanza di dati in mare aperto.

    A cura di Alessandro Amato con il contributo di Lorenzo Cugliari e Silvia Filosa, CAT-INGV e di INGVterremoti.


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  •   02 Feb 2026 11:35 - Le mappe mensili della sismicità, gennaio 2026

    Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 31 gennaio del 2026.

    Sono stati 1339 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 gennaio 2026, un numero in aumento rispetto all’ultimo mese del 2025, con una media che risale da 39 a circa 43 terremoti al giorno, valore simile a quello degli eventi localizzati mensilmente nel 2025.  Dei 1339 eventi registrati, 231 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e ben 45 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. Entrambi questi valori sono di gran lunga superiori allo scorso mese di dicembre.

    In questo primo mese del 2026 sono stati registrati 4 eventi di magnitudo uguale o superiore a 4 ed anche un terremoto di magnitudo maggiore di 5. Quest’ultimo, di Mw 5.1, è avvenuto il 10 gennaio risulta localizzato al largo della Costa Calabra sud orientale (Reggio Calabria) ed è stato ampiamente risentito in Sicilia orientale,  in Calabria meridionale ed in Puglia (video SHAKEMOVIE).

    Il 13 gennaio sono stati registrati due terremoti con epicentro tra le province di Ravenna e Forlì-Cesena a distanza di circa due minuti, rispettivamente di magnitudo ML 4.3 e ML 4.0, ad una profondità tra i 18 e i 23 km. Entrambi gli eventi registrati  sono stati risentiti in particolare in Romagna e nel Bolognese e in alcune aree vicine delle Marche e della Toscana.

    Il 18 gennaio in provincia di Messina, nei pressi di Militello Rosmarino, è stato registrato un terremoti di magnitudo Mw 4.1 ad una profondità di circa 8 km: in quest’area nel mese di gennaio sono stati localizzati un centinaio di eventi, oltre a quello di Mw 4.1, i più forti sono avvenuti il 19 gennaio di magnitudo Mw 3.8 e ML 3.7 (approfondimento).

    L’ultimo terremoto di magnitudo superiore a 4 è stato registrato il 15 gennaio nel Mar Ionio settentrionale (Mb 4.3) ad un centinaio di km dalla costa calabrese (Crotone): nelle ore successive sono avvenuti, in quest’area, altri 3 terremoti di magnitudo compresa tra 3.4 e 3.8.

    Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.

    La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) 

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  •   28 Jan 2026 09:04 - Faglia di Tremestieri: nuove evidenze di deformazione superficiale sull’Etna

    Il contesto: un territorio che si muove

    L’Etna ci affascina con i suoi panorami ed eventi eruttivi spettacolari, ma allo stesso tempo silenti processi dinamici accompagnano l’attività di questo vulcano. In molti casi questi movimenti sono dovuti alla presenza di faglie, fratture del terreno accompagnate dallo spostamento di una o entrambe le parti. Una di queste è la Faglia di Tremestieri (Figura 1), che attraversa il versante meridionale dell’Etna dal comune di Nicolosi fino a Tremestieri Etneo, ed è caratterizzata nel suo settore più meridionale da movimenti lenti e continui, noti come creep asismico. Questi piccoli spostamenti impattano sul territorio soprattutto quando interessano aree urbanizzate. Se osservati attentamente, raccontano molto sui processi geologici e vulcanici in atto sui versanti dell’Etna, ed in particolare su quello meridionale. I movimenti asismici di molte delle faglie che attraversano questo settore dell’Etna sono una realtà ben conosciuta non solo dagli scienziati che studiano il fenomeno, ma anche dalla popolazione che vive e subisce gli effetti di danno legati a questa “insidiosa” fenomenologia.

    Figura 1 – Mappa schematica delle faglie attive dell’Etna.

    L’area di studio si trova in un contesto geodinamico complesso, dove l’attività del vulcano si combina con la deformazione regionale legata al contatto tra la placca africana e quella eurasiatica. In un’area dove vulcani e faglie interagiscono continuamente, ogni frattura diventa un indizio prezioso per capire come la crosta terrestre si adatta e si deforma sotto l’influenza congiunta di tensioni tettoniche e movimenti magmatici.

    I piccoli terremoti del 17 e 18 novembre 2025

    Nei giorni 17 e 18 novembre 2025, la rete sismica dell’INGV ha registrato 9 eventi sismici localizzati nel versante sud dell’Etna, principalmente tra Pedara e Mascalucia (Figura 2). Si tratta di terremoti di energia modesta, con Magnitudo locale (ML) compresa tra 1.5 e 2.5 ed estremamente superficiali, prossimi al piano campagna. Le scosse più energetiche del 17 novembre – 04:30 UTC, ML 2.5; 12:12 UTC, ML 2.5; 12:17 UTC, ML 2.4 – sono state chiaramente avvertite dalla popolazione (Intensità max IV EMS) nell’area compresa tra Pedara, Mascalucia, Tremestieri, S. Agata li Battiati e Gravina di Catania (dati HSIT, https://www.hsit.it/).

    Figura 2 – Mappa epicentrale dei terremoti registrati il 17 e 18 novembre 2025; per le scosse più energetiche del 17 novembre, avvertite dalla popolazione, sono stati riportati anche l’orario e la magnitudo. In particolare, l’evento delle 12:12 UTC del 17 novembre, presenta una cinematica (meccanismo focale) di tipo trascorrente, con piano di faglia orientato NNO–SSE e movimento relativo destrorso. Questa dinamica è coerente con le faglie attive della zona (mappa estratta dal Catalogo Sismico dei terremoti etnei).

    Sulla traccia della faglia: cosa abbiamo osservato sul campo

    A seguito di segnalazioni di fenomeni di fratturazione al suolo nel comune di Tremestieri Etneo, è stato effettuato un sopralluogo volto a verificarne l’entità e gli eventuali effetti. L’area ispezionata corrisponde al settore meridionale della Faglia di Tremestieri, nel tratto che attraversa l’omonimo comune, storicamente noto per le continue e talvolta intense fenomenologie da creep (Figura 3).

    Figura 3 – Mappa strutturale del settore orientale dell’Etna; in rosso-viola, le faglie attive; in blu, i conetti vulcanici.

    Fratture, rigetti e sollevamenti: il terreno si muove

    Il rilievo è stato condotto lungo la zona di faglia che attraversa l’abitato di Tremestieri. La prima osservazione è stata fatta nel piazzale antistante il Circolo Didattico “Teresa di Calcutta”. Qui osserviamo fratture già note che rappresentano le tracce di movimenti passati. Il terreno parla, e basta osservarlo con attenzione per capirne la dinamica: si nota la generale riattivazione di fratture preesistenti, caratterizzate da un movimento laterale destro dei due blocchi fagliati, con spostamento  massimo di circa 1.5 cm (Figura 4a-d).

    Figura 4 – a) Frattura principale con direzione NO-SE che attraversa il piazzale antistante il plesso scolastico Teresa di Calcutta. b) Frattura secondaria. c) Particolare del rigetto laterale destro di circa 1.5 cm, misurato sulle strisce pedonali; l’ apertura della fessura non supera 1 cm. d) Dettaglio in cui si vede il detrito di riempimento scollato dai bordi della frattura, indicativo di una riattivazione di una rottura preesistente.

    Procedendo nell’adiacente via Ravanusa, il sistema di fratture – almeno 2 principali con in mezzo una fascia di piccole rotture disposte a gradini, sfalsate o oblique – mostra dislocazioni dell’ordine del centimetro (Figura 5a); in prossimità delle fratture, la rottura di una tubazione dell’acqua testimonia lo stress deformativo cui è sottoposta l’area (Figura 5b).

    Figura 5 – a) Sistema di fratture che tagliano la via Ravanusa e dislocano il muro di recinzione di un condominio. b) Particolare della rottura della tubazione di acqua potabile.

    Dopo aver attraversato un complesso condominiale il cui cortile è interessato dal sistema di fratture, si giunge nella “piazzetta” sita lungo la via Etnea. Qui le deformazioni sono particolarmente evidenti (Figura 6a), sia per la chiarezza dei rigetti sia perché si sommano alle ben conservate fratture preesistenti (Figura 6b). La dislocazione è caratterizzata da un rigetto verticale di 0.5 cm e da un rigetto orizzontale di 1 cm; risulta ben evidente la componente laterale destra (Figura 6c), che causa anche vistose deformazioni “in compressione” (Figura 6d). I siti sopra descritti sono posizionati lungo il settore di faglia privo di evidenze morfologiche (faglia nascosta sensu, maggiori dettagli su questo tipo di faglie sono indicati in bibliografia).

    Figura 6 – a) Sistema di fratture che attraversano la “piazzetta” lungo la via Etnea: la struttura in compressione è determinata dalla dislocazione con componente destra, il cui movimento è parzialmente impedito dalla tassellatura della pavimentazione. b) Lo stesso sito fotografato il 6-12-2024: si noti che la struttura in compressione è appena accennata. c) Particolare di una rottura in cui in cui si osserva il detrito di riempimento scollato dai bordi della frattura, indicativo di una riattivazione di un elemento preesistente: rigetto orizzontale destro di 1 cm, verticale 0.5 cm. d) Struttura in compressione formatasi sul marciapiede opposto, sempre lungo la via Etnea: il raccorciamento ha provocato un sollevamento di 5 cm.

    Procedendo verso nord ovest, lungo via Cavour, il tratto di faglia caratterizzato da una scarpata ben evidente non presenta deformazioni o riattivazioni delle fratture presenti. Solo alcune centinaia di metri più a monte, lungo la SP 3/II “Tremestieri-Mascalucia”, si osserva la riattivazione di una importante frattura storicamente ben conosciuta, che ha causato la rottura di una tubazione dell’acqua (Figura 7a); anche in questo caso si osserva una cinematica prevalentemente estensionale e spostamenti dell’ordine di 1 cm (Figura 7b).

    Figura 7 – a) Sistema di fratture che tagliano la SP 3/II “Tremestieri-Mascalucia” e dislocano il cancello di “Villa Maria”; si noti in primo piano la rottura di una tubazione dell’acqua. b) Particolare della frattura principale, anch’essa riattivatasi.

    Si è ispezionato, infine, anche il tratto più settentrionale della Faglia di Tremestieri, senza trovare alcuna evidenza di fratture al suolo.

    Cosa ci insegnano questi fenomeni

    I rilievi lungo il settore meridionale della Faglia di Tremestieri ci raccontano una storia di movimenti lenti ma costanti (creep asismico). Non si tratta di eventi inattesi: questo settore è noto da tempo per il ripetersi di fenomenologie simili. Il tratto interessato dal creep asismico si estende per circa 1 km, e la deformazione diminuisce gradualmente da valle verso monte. Infatti, la porzione più a nord di questa faglia risulta “bloccata” nel movimento lento asismico, a causa della presenza di asperità e irregolarità della superficie distribuite lungo il piano di faglia: è proprio la rottura di queste asperità a generare i terremoti del 17 e 18 novembre, sopra descritti.

    Le fratture osservate sul campo mostrano movimenti laterali destri coerenti con la cinematica della faglia. Questi dati ci ricordano che anche faglie apparentemente “silenziose” possono produrre deformazioni continue e rilevanti, con possibili conseguenze per strade, edifici e, in generale, per la pianificazione urbana.

    Il messaggio è semplice ma importante: strumenti di monitoraggio e sopralluoghi diretti sul campo sono entrambi fondamentali per documentare i fenomeni, contribuendo a una gestione più sicura e consapevole del territorio.

    A cura di Raffaele Azzaro e Carla Musumeci (INGV-Osservatorio Etneo)


    Bibliografia

    Azzaro R., Branca S., Gwinner K. & Coltelli M., 2012. The volcano-tectonic map of Etna volcano, 1:100.000 scale: morphotectonic analysis from high-resolution DEM integrated with geologic, active faulting and seismotectonic data. It. J. Geosciences (Boll. Soc. Geol. It.), 131 (1), 153-170.

    Barberi, G., Di Grazia, G., Ferrari, F., Firetto Carlino, M., Giampiccolo, E., Maiolino, V., Mostaccio, A., Musumeci, C., Scaltrito, A., Sciotto, M., Tusa, G., Tuvè, T., & Ursino, A. (2020). Mt. Etna Revised Seismic Catalog from 2020 (EtnaRSC2020) (Version 1) [Data set]. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/ETNASC/ETNARSC2020.

    Rasà R., Azzaro R. & Leonardi O., 1996. Aseismic creep on faults and flank instability at Mt. Etna volcano, Sicily. In. W.J. McGuire, A.P. Jones and J. Neuberg (Eds.), “Volcano instability on the Earth and other Planets”, Geological Society Special Publication 110, 179-192, ISBN 1-897799-60-8.


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