- 16 Apr 2026 08:00 - Uno studio multiparametrico spiega le dinamiche interne del Gran Sasso e del suo acquifero profondo
Nello studio di fenomeni naturali è indispensabile avere a disposizione strumenti di osservazione multiparametrica. Un buon esempio viene dalla vulcanologia, dove la collaborazione interdisciplinare tra tutti i settori delle geoscienze ha portato negli anni ad una migliore comprensione delle dinamiche associate alle manifestazioni di un vulcano attivo. Anche nello studio di eventi sismici, l’uso di sensori multiparametrici si è rivelato indispensabile per descrivere al meglio il processo di nucleazione e di rottura.
In Italia, il posto che ospita la strumentazione scientifica più diversificata si trova nel cuore del massiccio del Gran Sasso. Presso il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (LNGS), oltre agli innumerevoli esperimenti organizzati e condotti dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), sono installati anche sensori dedicati a studi geofisici. Quale scenario migliore per la ricerca che poter osservare “un evento improvviso” in diretta vicinanza di una rete di sensori multiparametrici?
Il 14 agosto 2023 alle ore 22:00 UTC (mezzanotte, ora italiana) nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso si è verificato un raro fenomeno acustico, avvertito come forte “boato” dalla vigilanza e dal personale in turno nei laboratori sotterranei. Tale evento è stato registrato contemporaneamente da velocimetri, accelerometri, microfoni, sensori idrogeologici e il ring laser GINGERino*.
I risultati delle analisi multiparametriche dell’insolito evento acustico sono stati pubblicati su Nature Scientific Reports e riconduce il “bang” a un transiente idraulico nell’acquifero carsico fratturato, associato a un picco straordinario di pressione. Ma andiamo per ordine:
L’evento è stato rilevato simultaneamente da diversi sistemi:
- il giroscopio laser GINGERino,
- il sismometro GIGS della Rete Sismica Nazionale dell’INGV,
- gli accelerometri della Rete Accelerometrica Nazionale del DPC,
- un sensore acustico,
- i sensori di torbidità dell’acqua in uscita dalle gallerie,
- i sensori di pressione e livello dell’acqua nell’acquifero.

GINGERino: un giroscopio laser ad anello (RLG) di alta precisione, situato nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN a 1400 metri sotto roccia, in funzione dal 2015. Il boato non è stato un evento isolato ma la conclusione di un fenomeno naturale che era iniziato a maggio. Infatti nei mesi precedenti al boato, erano state osservate anomalie nelle portate e nelle pressioni delle acque sotterranee, probabilmente legate alle precipitazioni primaverili e al permeare delle stesse all’interno dell’acquifero del Gran Sasso.
Le analisi indicano che il fenomeno è avvenuto a circa 130 m di distanza dalle stazioni sismiche e potrebbe essere collegato a un evento idrogeologico locale, come la rottura di una barriera idraulica, la riattivazione di un condotto carsico, o movimenti di fratture nella roccia associati al flusso d’acqua. Subito dopo l’evento è stata osservata una rapida diminuzione della pressione idraulica dell’acquifero e una variazione del flusso d’acqua nei tunnel autostradali, segno di un cambiamento nei percorsi di circolazione delle acque sotterranee.

Dettaglio di uno dei sondaggi orizzontali presenti nella camera con i sensori di pressione installati all’uscita. Tale sondaggio ha una lunghezza di poco meno di 200 metri con presenza di acqua in pressione (variazioni stagionali da 24 a 32 bar). Grazie all’approccio multiparametrico utilizzato, lo studio ha permesso di ottenere una visione senza precedenti delle dinamiche interne del Massiccio. Lo studio dimostra, infatti, che l’integrazione di monitoraggi idrogeologici, sismici e rotazionali consente di comprendere meglio i processi interni dei grandi acquiferi montani. Inoltre evidenzia che il sistema idrogeologico del Gran Sasso è dinamico e soggetto a variazioni legate sia a fattori climatici sia a processi geologici locali.
Nel 2022, l’INGV ha avviato l’iniziativa, finanziata da un apposito progetto (DL50), di dotare alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale di strumentazione multiparametrica. Il cosiddetto sottoprogetto ACU ha permesso l’acquisto di sensori infrasonici e acustici. Questi strumenti non solo sono stati impiegati nello studio attuale, ma apriranno anche nuove prospettive nella descrizione fisica dei fenomeni registrati e analizzati nei Laboratori del Gran Sasso come quelli trattati in precedenza in altri articoli.
A cura di Gaetano De Luca, Marino Domenico Barberio, Daniela Famiani, Aladino Govoni, Luca Pizzino e Thomas Braun, INGV
(*) GINGERino è un giroscopio laser ad anello (RLG) di alta precisione, situato nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN a 1400 metri sotto roccia.
Bibliografia
Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso aquifer, Italy | Scientific Reports
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Vai alla notizia - 15 Apr 2026 12:49 - Cinquant’anni di monitoraggio e ricerche sulla sismicità nel Friuli Venezia Giulia
La sera del 6 maggio 1976 ebbe inizio in Friuli una delle sequenze sismiche più forti e devastanti della seconda metà del Novecento in Italia. A cinquant’anni di distanza, il 16 aprile 2026, a Udine, si terrà un convegno dedicato agli studi, al monitoraggio e alla ricerca sulla sismicità del Friuli Venezia Giulia.
L’evento è promosso dalla Regione in collaborazione con l’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale).
Tra i relatori istituzionali e del mondo della ricerca, è previsto anche l’intervento di Lucia Margheriti, direttrice dell’Osservatorio Nazionale Terremoti dell’INGV.
Scopri il programma qui.
L’iniziativa si terrà nella Sala Ajace (Piazza della Libertà, Udine) dalle ore 10 alle ore 16:30. E’ possibile seguire in streaming a questo link.
Vai alla notizia - 06 Apr 2026 09:00 - L’Aquila 2009: una nuova tomografia svela il ruolo dell’interazione tra faglie
Il 6 aprile 2009, un terremoto di magnitudo Mw 6.1 con epicentro nei pressi della città de L’Aquila colpì l’Appennino centrale alle ore 03:32 locali. L’evento sismico, avvertito in tutta l’Italia centrale, ha raggiunto un’intensità fino al grado IX-X della Scala Mercalli–Cancani–Sieberg (MCS). La sequenza è stata preceduta da eventi di energia minore (foreshocks), tra cui un evento di magnitudo Mw 4.0 avvenuto il 30 marzo 2009. Nei mesi successivi si è avuta una lunga sequenza con oltre 148000 repliche (aftershocks); tra queste sono avvenuti due eventi rilevanti, con magnitudo Mw pari a 5.0 e 5.2, rispettivamente il 7 e il 9 aprile 2009 (Chiaraluce et al., 2011).
La sequenza sismica ha provocato 309 vittime, 1600 feriti e circa 80000 sfollati, nonché gravi danni in molte località e nella città de L’Aquila, in particolare nel centro storico e al suo patrimonio storico-culturale.
Figura 1: Mappa della distribuzione dei 148.000 eventi sismici (pallini blu) contenuti nel catalogo sismico della sequenza de L’Aquila 2009, ottenuto tramite tecniche di intelligenza artificiale. I triangoli indicano le stazioni sismiche utilizzate, molte delle quali installate dopo la scossa principale. Le linee arancioni rappresentano le faglie presenti nell’area di studio. I numeri indicano il nome della struttura di faglia menzionata in legenda. La stella indica la scossa principale del 6 aprile 2009 riportata nel bollettino dell’INGV (il meccanismo focale è riportato anche da Herrmann et al. 2011). Immagine modificata da Fonzetti et al., (2025a). Lo studio delle sequenze sismiche è fondamentale per comprendere i fattori che controllano lo sviluppo dei terremoti di grande magnitudo. Tra questi, è molto importante ricostruire in profondità la geometria delle faglie attivate durante la sequenza sismica e la possibile interazione tra le stesse. Capire questi aspetti aiuta a comprendere la genesi dei terremoti, aspetto fondamentale in una zona ad alta pericolosità sismica come l’Appennino centrale.
La sequenza sismica de L’Aquila 2009 (Fig. 1) ha attivato sistemi di faglie estensionali la cui espressione superficiale è rappresentata dalle faglie di Paganica (responsabile della scossa principale – mainshock – del 6 aprile 2009) e dei Monti della Laga-Gorzano (verso cui si è registrata una migrazione della sismicità nei primi giorni della sequenza).
Diversi studi hanno evidenziato che la migrazione della sismicità, osservata anche nelle sequenze del 1997 e del 2016, anch’esse avvenute in Appennino centrale, è strettamente legata al movimento di fluidi presenti nelle porzioni più superficiali della crosta terrestre (Lucente et al., 2010; Malagnini et al., 2012; Chiarabba et al., 2022; Gabrielli et al., 2023, Fonzetti et al., 2024) e alla presenza di variazioni litologiche e strutturali sul piano di faglia (Di Stefano et al., 2011; Valoroso et al., 2014, Buttinelli et al., 2021, 2026). Queste variazioni sono legate alla complessità geologico-strutturale ereditata dalle fasi compressive di formazione della catena, che influenzano sia il processo di rottura lungo le zone di faglia sia lo sviluppo di eventi di grande magnitudo (Buttinelli et al., 2018, 2021; Fonzetti et al., 2025b).
Il recente studio di Fonzetti et al. (2025b) ha proposto un approccio multidisciplinare che combina dati geologici, osservazioni di superficie e modelli 3D di sottosuolo (Buttinelli et al., 2021) con la tomografia sismica (Fig. 2). La tomografia sismica può essere considerata una “TAC” della crosta terrestre, una tecnica che utilizza le onde elastiche generate da eventi sismici per ricostruire le velocità negli strati crostali. L’analisi delle velocità è fondamentale perché consente di dedurre le proprietà elastiche e meccaniche delle rocce, il grado di fratturazione e il contenuto di fluidi. In questo studio sono stati utilizzati circa 17000 eventi sismici avvenuti tra gennaio e dicembre 2009, registrati dalla rete di stazioni sismiche INGV e localizzati nell’area della sequenza sismica.
Figura 2: Schema dell’approccio multidisciplinare adottato: A) Versioni non interpretate (in alto) e interpretate (in basso) dei profili sismici disponibili per l’area di studio. B) Sezione geologica nella zona di faglia Monti della Laga-Gorzano, in relazione alla sismicità delle sequenze sismiche del 2009 e del 2016-2017 nell’Appennino centrale. In basso, un esempio di tomografia sismica interpretata in questo studio (modificato da Fonzetti et al., 2025b). L’analisi congiunta delle velocità delle onde sismiche della nuova “TAC” e delle informazioni geologiche di superficie e sottosuolo ha permesso di definire meglio la struttura crostale più superficiale e le relazioni cinematiche tra le faglie più antiche (ereditate dalle fasi tettoniche precedenti) e quelle più recenti, permettendo la caratterizzazione dei bacini sedimentari (le aree giallo-arancioni con velocità minori delle onde P, intorno a 4.5 km/s) e delle unità carbonatiche (in blu scuro con velocità tra 6.5 e 7 km/s) più profonde. Questo studio ha anche migliorato la definizione della geometria in profondità delle faglie con espressione superficiale che si sono attivate durante la sequenza (Fig. 3).

Figura 3: A sinistra, alcune delle sezioni tomografiche più rappresentative che mostrano i valori della velocità delle onde P (modificate da Fonzetti et al., 2025b); a destra, il modello sismotettonico finale, che combina i dati geologici di superficie e di sottosuolo con quelli geofisici. Da queste analisi è evidente che durante la sequenza de L’Aquila alcune faglie hanno interagito tra loro, attivandosi simultaneamente e comportandosi come un’unica struttura. Si è capito che l’interazione tra faglie preesistenti è facilitata quando vi è una semicontinuità (soprattutto verticale) e quando la geometria (direzione e inclinazione) è simile. Questo comportamento giustifica anche la nucleazione di eventi di grande magnitudo come il mainshock del 6 aprile 2009 (Fig. 3).
Le interpretazioni di questo lavoro, basate su modelli sempre più vincolanti e precisi, evidenziano quanto l’approccio multidisciplinare adottato sia fondamentale per comprendere i processi fisici che innescano e guidano l’evoluzione di una sequenza sismica.
Per una corretta valutazione della pericolosità sismica dell’Appennino centrale è necessario inquadrare adeguatamente il modo in cui i sistemi di faglia presenti interagiscono tra loro.Il video che segue mostra in un’animazione il modello sismotettonico ottenuto.
A cura di Rossella Fonzetti, Mauro Buttinelli, Luisa Valoroso, Pasquale De Gori e Claudio Chiarabba (INGV).
L’articolo scientifico relativo a questo studio è disponibile qui: https://doi.org/10.1029/2025JB031245
Gli articoli pubblicati su INGVterremoti.com sulla sequenza sismica del 2009 a L’Aquila sono disponibili al seguente link: https://ingvterremoti.com/category/terremoti_italia/il-terremoto-dellaquila-del-2009/
Bibliografia
Buttinelli, M., Pezzo, G., Valoroso, L., De Gori, P., & Chiarabba, C. (2018). Tectonics inversions, fault segmentation, and triggering mechanisms in the central Apennines normal fault system: Insights from high-resolution velocity models. Tectonics, 37(11), 4135–4149. https://doi.org/10.1029/2018TC005053
Buttinelli, M., Petracchini, L., Maesano, F. E., D’Ambrogi, C., Scrocca, D., Marino, M., et al. (2021). The impact of structural complexity, fault segmentation, and reactivation on seismotectonics: Constraints from the upper crust of the 2016–2017 central Italy seismic sequence area. Tectonophysics, 810(228861), 228861. https://doi.org/10.1016/j.tecto.2021.228861
Buttinelli, M., Maesano, F., Anselmi, M., Maffucci, R., & Vico, G. (2026). Structural inheritance control on Central Apennines seismotectonics: An updated review of the 1997 Umbria-Marche seismic sequence (Italy). Tectonophysics, 231187. https://doi.org/10.1016/j.tecto.2026.231187
Chiaraluce, L., Valoroso, L., Piccinini, D., Di Stefano, R., & De Gori, P. (2011). The anatomy of the 2009 l’aquila normal fault system (central Italy) imaged by high resolution foreshock and aftershock locations. Journal of Geophysical Research, 116(B12), B12311. https://doi.org/10.1029/2011jb008352.
Chiarabba, C., De Gori, P., Valoroso, L., Petitta, M., & Carminati, E. (2022). Large extensional earthquakes push-up terrific amount of fluids. Scientific Reports, 12(1), 14597.
Di Bucci, D., Buttinelli, M., D’Ambrogi, C., Scrocca, D., & the RETRACE-3D Working group. (2021). RETRACE-3D project: A multidisciplinary collaboration to build a crustal model for the 2016-2018 central Italy seismic sequence. Bollettino Di Geofisica Teorica E Applicata, 62(1), 1–18.
Di Stefano, R., Chiarabba, C., Chiaraluce, L., Cocco, M., De Gori, P., Piccinini, D., & Valoroso, L. (2011). Fault zone properties affecting the rupture evolution of the 2009 (Mw 6.1) L’Aquila earthquake (central Italy): Insights from seismic tomography. Geophysical Research Letters, 38(10). https://doi.org/10.1029/2011GL047365.
Fonzetti, R., Valoroso, L., De Gori, P., & Chiarabba, C. (2024). Localization of deformation on faults driven by fluids during the L’Aquila 2009 earthquake. Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 129, e2024JB029075. https://doi.org/10.1029/2024JB029075.
Fonzetti, R., Govoni, A., De Gori, P., Valoroso, L., & Chiarabba, C. (2025a). Machine learning-based high-resolution data set for the 2009 L’Aquila earthquake sequence. Geophysical Journal International, 243(1), ggaf286.
Fonzetti, R., Buttinelli, M., Valoroso, L., De Gori, P., & Chiarabba, C. (2025b). Fault interaction during large earthquakes as revealed by the L’Aquila 2009 sequence. Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 130(8), e2025JB031245.
Gabrielli, S., Akinci, A., De Siena, L., Del Pezzo, E., Buttinelli, M., Maesano, F. E., & Maffucci, R. (2023). Scattering attenuation images of the control of thrusts and fluid overpressure on the 2016–2017 Central Italy seismic sequence. Geophysical Research Letters, 50(8), e2023GL103132.
Herrmann, R. B., Malagnini, L., & Munafò, I. (2011). Regional moment tensors of the 2009 L’Aquila earthquake sequence. Bulletin of the Seismological Society of America, 101(3), 975-993.
Lucente, F. P., Piccinini, D., De Gori, P., Margheriti, L., Di Bona, M., Chiarabba, C., & Agostinetti, N. P. (2010). Temporal variation of seismic velocity and anisotropy before the 2009 Mw 6.3 L’Aquila earthquake, Italy. Geology, 38.11, 1015–1018. https://doi.org/10.1130/G31463.1.
Malagnini, L., F. P. Lucente, P. De Gori, A. Akinci, and I. Munafo’ (2012), Control of pore fluid pressure diffusion on fault failure mode: Insights from the 2009 L’Aquila seismic sequence, J. Geophys. Res., 117, B05302, https://doi.org/10.1029/2011JB008911.
Valoroso, L., Chiaraluce, L., & Collettini, C. (2014). Earthquakes and fault zone structure. Geology, 42(4), 343–346. https://doi.org/10.1130/G35071.1.
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Vai alla notizia - 01 Apr 2026 12:14 - Le mappe mensili della sismicità, marzo 2026

Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 31 marzo del 2026.
Sono stati 1609 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 marzo 2026, un numero in forte aumento rispetto al precedente mese di febbraio, con una media che risale da 33 a oltre 51 terremoti al giorno. Ricordiamo che a gennaio la media fu di circa 43 terremoti al giorno. Dei 1609 eventi registrati, 223 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e ben 30 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0.
Durante il mese di marzo sono avvenuti 7 terremoti di magnitudo uguale o superiore a 4 in Italia e nelle aree adiacenti. Il terremoto di magnitudo maggiore è stato registrato il 10 marzo al largo delle coste campane, ML 5.9. L’evento è stato localizzato a una profondità estremamente elevata, circa 414 km, da ricondurre al processo di subduzione nel Tirreno meridionale. Il terremoto, a causa dell’elevata profondità, è stato scarsamente avvertito in area epicentrale (Golfo di Napoli e Capri), mentre ha avuto risentimenti dalla popolazione a centinaia di chilometri di distanza, dalla Sicilia alla Lombardia come si evince dagli oltre 4000 questionari inviati al sito Hai sentito il terremoto?.
Gli altri terremoti di magnitudo uguale o superiore a 4 sono avvenuti il 4 marzo in provincia di Catania Mw 4.4, il 6 marzo al largo della costa ionica cosentina Mw 4.0, i due eventi nel Mar Tirreno Meridionale a ovest delle Eolie nella notte del 21 marzo di magnitudo ML 4.6 e ML 4.3, sempre il 21 marzo in provincia di Messina Mw 4.2 e infine il terremoto del 26 marzo in provincia di Pistoia ML 4.1. Da ricordare anche l’evento in Toscana del 25 marzo Mw 3.9 tra le province di Massa Carrara e La Spezia.
Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.
La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT)
Vai alla notizia - 31 Mar 2026 10:41 - Una raccolta multimediale sulla fagliazione superficiale cosismica del terremoto, Mw 7.8, del 6 febbraio 2023, Kahramanmaraş (Turchia)
La raccolta tempestiva degli effetti superficiali cosismici, effettuata in maniera sistematica, omogenea e con procedure standardizzate, contribuisce all’analisi della deformazione fragile della crosta superficiale al fine di fornire informazioni utili sull’entità, l’estensione e la cinematica del meccanismo di rottura e degli effetti sismo-geologici secondari associati. Inoltre, l’identificazione e la caratterizzazione degli effetti superficiali, contribuiscono alla stima dello scenario di danno sull’ambiente naturale utile alle attività di risposta all’emergenza e con una potenziale ricaduta anche ai fini della valutazione della pericolosità sismica.
A seguito dei forti terremoti in Turchia nel distretto di Kahramanmaras (Mw=7.8 e Mw=7.6) del 6 febbraio 2023 (Fig. 1) il Dipartimento della Protezione Civile (DPC) italiana aveva organizzato, in collaborazione con l’Ambasciata Italiana in Turchia, una missione tecnico-scientifica ad Ankara il 24-26 aprile 2023, per incontrare l’Autorità per la gestione delle emergenze e dei disastri del Ministero degli Interni turco (AFAD) e le principali istituzioni turche coinvolte nelle fasi emergenziale e post-emergenziale.

Figura 1 – Mappa tettonica semplificata dell’area della sequenza sismica del 2023. Le linee viola e blu si riferiscono rispettivamente alle espressioni superficiali delle faglie responsabili dei terremoti di magnitudo Mw 7.8 e 7.6 del 6 febbraio. I nomi dei segmenti di faglia sono riportati in rosso (da Pucci et al., 2025). Durante questo incontro fu pianificata una missione tecnico-scientifica dal 6 al 13 maggio 2023 di una delegazione italiana costituita da personale specializzato nella raccolta degli effetti cosismici superficiali ed afferente a INGV, ISPRA e OGS. Questo primo intervento sul campo (propedeutico alla successiva missione della Task-Force europea “EuQuaGe”) è stato organizzato e coordinato dal Gruppo Operativo EMERGEO dell’INGV in accordo con AFAD, DPC e l’Ambasciata italiana in Turchia.
Il rilievo di terreno ha interessato il settore centrale dell’East Anatolian Fault Zone per una lunghezza di oltre 180 km (segmento di faglia di Kahramanmaraş-Pazarcık; linea viola in Fig. 1), dove sono state acquisite misure cosismiche corredate da documentazione fotografica anche con l’ausilio di un drone.
I risultati scientifici di questa missione sono stati pubblicati nel lavoro di Pucci et al. (2025) che è stato recentemente selezionato, da parte della rivista scientifica Geosciences, nella Editor’s Choice Article 2026.
A integrazione dell’articolo scientifico, è stato recentemente pubblicato un lavoro nella collana editoriale dell’INGV Miscellanea, dal titolo “A photo and video collection on the surface faulting: the Mw 7.8 Kahramanmaraş (Turkey) earthquake of February 6, 2023” (Caciagli et al., 2026).
Il lavoro di Caciagli et al. (2026), in lingua inglese, documenta gli effetti della fagliazione superficiale generata dal terremoto di magnitudo Mw 7.8 del 6 febbraio 2023 in Turchia, attraverso 125 foto (selezionate tra oltre 4000) e riprese da drone.
Nella porzione di faglia investigata sono stati misurati spostamenti fino a oltre 7 m (Figura 2) e osservate espressioni superficiali di strutture tettoniche complesse che mostrano una forte variabilità e la combinazione di componenti trascorrenti (strike-slip), estensionali (transtensione) e compressive (transpressione).

Figura 2 – (a) Distribuzione, lungo la direzione della faglia dell’East Anatolian Fault System (segmenti Amanos, Pazarcık ed Ekenek), sulla faglia Narlı e sulla sezione Cakmak, della componente di spostamento laterale sinistro misurata sul campo; (b) Curva di distribuzione dall’inviluppo dei valori massimi, che mostra i contributi della faglia di Narlı e della sezione di Cakmak alla deformazione laterale sinistra (da Pucci et al., 2025). Infatti, la varietà delle strutture cosismiche documentate evidenzia come la deformazione superficiale non sia mai esclusivamente “pura” (Figura 3). Le rotture strike-slip vengono accompagnate da componenti verticali e tensionali variabili. La geometria delle strutture cambia rapidamente lungo la traccia, riflettendo sia l’eterogeneità litologica sia la cinematica complessa della rottura. Queste osservazioni forniscono dati essenziali per la definizione della Principal Displacement Zone (PDZ) e per l’elaborazione di modelli di slip distribuito.

Figura 3 (a) – Blocco diagramma delle componenti di spostamento misurate; (b) esempio delle diverse tipologie di rotture cosismiche osservate sul campo nell’area di Kisik conseguenti a una cinematica complessiva di trascorrenza sinistra. Le linee blu sono faglie inverse e le linee rosse sono faglie trascorrenti e normali; (c) tipologia teorica delle rotture per una deformazione infinitesimale relativa alla trascorrenza sinistra (per dettagli si legga Pucci et al., 2025). Si noti in (b) che la grande deformazione cosismica tende a ruotare il modello di frattura, deviando dagli angoli teorici mostrati in (c) (da Caciagli et al., 2026). La pubblicazione è organizzata inizialmente con una panoramica generale delle rotture cosismiche documentate attraverso un video acquisito da drone (visionabile esclusivamente in formato flip-book) e successivamente si sviluppa con una suddivisione per aree principali.
Nell’area di Nurdağı e Islahiye (Gaziantep) si riconoscono strutture transtensive e transpressive combinate con spostamenti orizzontali fino a 4.2 m, trincee profonde fino a 2 m e deformazioni distribuite su ampiezze dell’ordine delle decine di metri (Figura 4).

Figura 4 – Distretto di Nurdağı (Turchia): esempio di fagliazione cosismica con 4.2 m di rigetto (offset) laterale sinistro cumulativo di una strada sterrata. La leggera curvatura è dovuta ai primi interventi di ripristino necessari per ricollegare i tratti stradali dislocati (da Caciagli et al., 2026). La zona di Kahramanmaraş – Dulkadiroğlu mostra principalmente scarpate cosismiche lineari, canalizzazioni deviate, bacini di pull-apart e spostamenti laterali fino a 4.5 m (Figura 5).

Figura 5 – Tevekelli (provincia di Kahramanmaraş – Turchia): esempio della scarpata cosismica vista dal drone. La stretta zona di faglia mostra rari arrangiamenti en-echelon di fratture di taglio (Riedel), assenza di componenti di apertura e fino a 250 cm di rigetto verticale apparente dovuto alla giustapposizione laterale dei versanti (da Caciagli et al., 2026). Nell’area di Kisik (Pazarcık) si evidenziano, tra le altre cose, sistemi complessi di grabens, pull-apart e strutture en-echelon dell’ordine delle decine di metri con spostamenti laterali sinistri che arrivano a 7 m e significativi effetti di deformazione combinata.

Figura 6 – Kisik (Distretto di Pazarcık – Turchia): esempio di rottura cosismica. Vista azimutale della traccia di faglia trascorrente sinistra caratterizzata dalla prevalenza di graben con disposizione en-echelon destro e componente estensionale (transtensionale). Nel riquadro: a) tipologia teorica delle rotture (gli elementi teorici non visibili nella foto sono resi opachi nello schema riportato; si veda la Fig. 3 per la spiegazione dei simboli); b) sketch-map della tipologia delle rotture (da Caciagli et al., 2026). Nei dintorni di Balkar (Gölbaşı) insiste una marcata transpressione superficiale, con spostamenti laterali fino a 5 m (Figura 7 e 8) accompagnati, nella zona più orientale della regione di Gölbaşı (Hermanli), da “strutture a fiore” positive e negative* (Figura 9).

Figura 7 – Balkar (Distretto di Gölbaşı – Turchia): esempio di rottura cosismica. Dislocazione con uno spostamento laterale sinistro di 3.6 m (da Caciagli et al., 2026). 
Figura 8 – Gölbaşı (Distretto di Gölbaşı – Turchia): dislocazione della massicciata ferroviaria. In questo caso, il piegamento delle rotaie è stato determinato direttamente dall’intersezione con la rottura cosismica (da Caciagli et al., 2026). 
Figura 9 – Hermanli (Distretto di Gölbaşı – Turchia): esempio di rottura cosismica. Vista azimutale da drone della rottura principale che delimita un graben, espressione di una struttura a “fiore negativa”*. Nel riquadro: a) tipologia teorica delle rotture (gli elementi teorici non visibili nella foto sono resi opachi nello schema riportato; si veda la Fig. 3 per la spiegazione dei simboli); b) sketch-map della tipologia delle rotture (da Caciagli et al., 2026). Il lavoro include inoltre una documentazione dettagliata della diffusa liquefazione a Gölbaşı, responsabile di cedimenti differenziali fino a 3–4 m con gravi danni agli edifici che, anche se contigui, mostrano comportamenti completamente diversi, attribuiti a variazioni locali di fondazione e stratigrafia (Figura 10).

Figura 10 – Gölbaşı (Distretto di Gölbaşı – Turchia). Esempi di diversi effetti della liquefazione su edifici adiacenti: si noti l’edificio sulla sinistra sprofondato di circa 3 metri (schiacciando le automobili parcheggiate inizialmente al di sotto dei balconi del primo piano) e l’edificio bianco sulla destra, vistosamente inclinato e divelto dalle fondamenta. Al contrario, la casa più piccola in primo piano, di soli due piani, sembra non aver subito danni, probabilmente a causa del minor carico dell’edificio e delle sue fondamenta più superficiali (da Caciagli et al., 2026). La pubblicazione, oltre ad avere finalità documentali e divulgative, si propone anche come supporto per chi si avvicina allo studio delle discipline geologico-strutturali, grazie alla presenza di alcune sketch-map esplicative (si vedano, ad esempio, le Figure 3, 6 e 9 di questo articolo) che illustrano le complessità riscontrabili nell’analisi dell’espressione superficiale di una fagliazione profonda.
In questo video, inserito all’interno della pubblicazione e diffuso sul canale Youtube di INGVterremoti, è mostrata una panoramica vista dal drone della fagliazione superficiale cosismica del terremoto.
A cura di Marco Caciagli, Stefano Pucci, Raffaele Azzaro, Rosa Nappi, Paolo Marco De Martini e Riccardo Civico (EMERGEO WG)
* La struttura a fiore (flower structure) è una configurazione tettonica tipica di zone di faglia trascorrente, ossia di faglie caratterizzate da un movimento principalmente orizzontale ma con una componente verticale. Se questa è determinata da un movimento compressivo, si ha un sollevamento delle rocce, che assumono una forma “a fiore positivo”. Nel caso di componente estensionale, invece, si ha la formazione di depressioni o bacini, dette a “fiore negativo”.
Bibliografia
Caciagli M., Pucci S., Azzaro R., Di Manna P., Blumetti A.M., Poggi V., Nappi R., De Martini P.M., Civico R. (2026). A photo and video collection on the surface faulting: the Mw 7.8 Kahramanmaraş (Turkey) earthquake of February 6, 2023. Miscellanea INGV, 103, 148 pp, https://doi.org/10.13127/misc/103
Pucci, S.; Caciagli, M., Azzaro, R.; Di Manna, P.; Blumetti, A.M.; Poggi, V.; De Martini, P.M., Civico, R.; Nappi, R.; Unsal, E.; et al. (2025). Examples of Rupture Patterns of the 2023, Mw 7.8 Kahramanmaraş Surface-Faulting Earthquake, Turkiye. Geosciences, 15, 252. https://doi.org/10.3390/geosciences15070252
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