06 Feb 2026 17:53 - Nuovi sviluppi del Centro Allerta Tsunami a tre anni dal terremoto in Turchia del 6 febbraio 2023
Tre anni fa, il 6 febbraio del 2023, la Turchia venne colpita da uno dei più forti terremoti della sua storia, di magnitudo 7.8 nella regione sudorientale del Paese, nota per la presenza di una delle più grandi faglie attive del mondo, la Faglia Est-Anatolica (EAF), lungo la quale si era originato il terremoto stesso. La devastazione fu enorme, con interi paesi rasi al suolo, decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati.
Non tutti si ricordano che nella notte tra il 5 e il 6 febbraio, pochi minuti dopo l’evento, alle ore 02:17 italiane, le 04:17 in Turchia, il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV e l’analogo centro di monitoraggio turco, il KOERI, diramarono un messaggio di allerta rossa (il massimo) per un possibile tsunami che avrebbe potuto colpire tutte le coste del Mediterraneo.
A posteriori l’allerta apparve, agli occhi di molti, ingiustificata o quanto meno esagerata.
Questo articolo vuole ricostruire brevemente cosa accadde quella notte e soprattutto perché venne diramata l’allerta rossa.
Il terremoto
Senza entrare in troppi dettagli tecnici sull’evento sismico e sul processo di rottura, su cui sono stati scritti numerosi articoli in questi tre anni, riportiamo una mappa con lo schema geologico della regione. Nella figura è riportato l’epicentro del terremoto del 6 febbraio 2023 (la stella rossa più grande) posizionato lungo la EAF, a circa 95 km dalla costa, e la zona dei terremoti successivi (aftershocks in rosso chiaro). La rottura sulla EAF è stata di circa 300 km ed è avvenuta in senso bidirezionale, ossia si è propagata dal punto iniziale della rottura sia verso nord-est che verso sud-ovest. Il particolare della distanza dalla costa, di poco inferiore ai 100 chilometri, è molto importante per quanto vedremo dopo relativamente all’allerta tsunami. Il meccanismo di rottura è stato di tipo prevalentemente trascorrente, ossia con un movimento orizzontale, anche se localmente sono stati osservati spostamenti verticali lungo alcuni settori della faglia.
Mappa con lo schema geologico tratta da un articolo su Le Scienze del 2023 di A. Amato, al quale si rimanda per altri dettagli sull’evento sismico.
L’allerta tsunami nel Mediterraneo
Il CAT dell’INGV è uno degli Tsunami Service Provider (TSP) della regione NEAMTWS, uno dei quattro Centri di Coordinamento Intergovernativo coordinati dalla Commissione Oceanografica dell’UNESCO. Il CAT effettua il monitoraggio H24/7 dei terremoti nel mondo e rilascia i messaggi di informazione e allerta di possibili tsunami per l’intero bacino del Mediterraneo.I messaggi vengono inviati per ogni evento sismico di magnitudo pari o superiore a 5.5 che avvengono in mare o lungo le coste. Poiché le aree di rottura delle faglie per i grandi terremoti sono di centinaia o migliaia di chilometri quadrati, si considerano potenzialmente pericolosi anche i terremoti che avvengono fino a 100 km dalla costa.
Ecco spiegato il motivo dell’allerta diramata nonostante la notevole distanza dal mare.
Perché è stata diramata l’allerta di livello rossoper tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa?
Sin da quando il CAT venne accreditato come TSP da una specifica commissione UNESCO, la definizione dei livelli di allerta è stata stabilita in base a una Matrice Decisionale che venne approvata e implementata. Analoghe matrici decisionali sono utilizzate dagli altri TSP del NEAMTWS. La Matrice del CAT, approvata anche dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) nella Direttiva SiAM del 2017, prevede che per i terremoti di magnitudo superiore a 7.5 si dirami un’allerta rossa (Watch nella nomenclatura del NEAMTWS) per tutto il bacino del Mediterraneo, mentre per terremoti più piccoli (es. tra 6.5 e 7.0) l’allerta rossa è limitata ad aree più ristrette (raggio di 100 km o 400 km), come accaduto il 30 ottobre 2020 a Samos, nel Mar Egeo. Va detto che la Matrice descritta è stata definita considerando un approccio conservativo, per evitare mancati allarmi.
Nel caso del terremoto turco del 2023, quindi, la diramazione dell’allerta rossa per tutto il Mediterraneo, Italia compresa, era giustificata dalle procedure in atto. Il primo messaggio venne inviato otto minuti dopo il terremoto, un tempo sufficiente per allertare le persone in prossimità dell’area colpita, e molto ampio per avvisare le persone poste in luoghi lontani: ad esempio, i tempi di arrivo previsti per l’Italia di uno tsunami originato nell’estremo Mediterraneo sono di oltre quattro ore per le coste più prossime (quelle della Calabria ionica) e superiori alle sei ore per le coste dell’Italia centrale e settentrionale.
Alla ricezione del messaggio iniziale, il DPCha diramato automaticamente l’allerta a tutti i destinatari istituzionali (Regioni, Province, Comuni, Vigili del Fuoco, Ferrovie, Autostrade, ecc.), comprese le Agenzie di Stampa.
Mappa dei livelli di allerta calcolati in base alla Matrice Decisionale in uso al CAT: come si nota sono tutti rossi. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point); le curve di livello indicano i tempi di percorrenza dello tsunami causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia.
La conferma dell’allerta
Le procedure operative in caso di allertamento a seguito di un forte terremoto prevedono che il primo messaggio venga inviato il prima possibile: nel caso del 2023, venne inviato otto minuti dopo il terremoto (la Direttiva SiAM stabilisce che il tempo massimo per l’invio del messaggio iniziale sia di 14 minuti). A seguire, i Turnisti del CAT controllano i dati dei mareografi più vicini all’epicentro, per confermare l’eventuale presenza delle onde di tsunami. Nel caso in questione, lungo le coste della Turchia sud-orientale erano operativi due mareografi, quello di Iskenderun e quello di Erdemli. Entrambi questi strumenti rilevarono lo tsunami, per quanto di entità limitata (come mostrato nei grafici riportati sotto). I Turnisti del CAT, di concerto con il Funzionario CAT reperibile quella notte, emisero, quindi, un secondo messaggio (ongoing secondo la nomenclatura internazionale, di conferma secondo le procedure del SiAM), circa un’ora dopo il primo (alle 03:37 ora italiana). In piena notte in Italia l’allerta tsunami era in corso.
Segnali mareografici delle due stazioni operative lungo le coste della Turchia sud-orientale. In entrambi i casi è possibile osservare delle oscillazioni anomale del mare. Fonte: Sito Intergovernmental Oceanographic Commission (https://www.ioc-sealevelmonitoring.org).
Purtroppo, nel Mediterraneo orientale non c’erano molti altri mareografi funzionanti, motivo per cui era molto difficile prevedere se le coste italiane fossero in pericolo.
Nel frattempo, a titolo cautelativo, diversi Enti territoriali in Italia avevano applicato le procedure previste in caso di allerta. In qualche caso, laddove tali procedure non erano ancora state stabilite, si sono adottate misure di cautela ancora maggiori, mentre in altri casi l’allerta è stata ignorata. Tra le misure intraprese, sono state chiuse alcune scuole e bloccati i treni in Puglia, Calabria e Sicilia, solo per citarne qualcuna.
Notizia pubblicata dall’ANSA alle ore 03:31 del 6 febbraio 2023 in seguito alla diramazione dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.
In queste condizioni di incertezza, con uno tsunami osservato in Turchia, il CAT ha ritenuto necessario di non chiudere l’allerta prima di aver controllato un numero sufficiente di mareografi, compresi alcuni di quelli ubicati in Italia. I primi punti di osservazione disponibili per le nostre coste, appartenenti alla Rete Mareografica Nazionale dell’ISPRA, erano quelli di Crotone in Calabria (dove la prima onda sarebbe eventualmente arrivata alle 06:32 ora italiana) e di Catania in Sicilia, dove lo tsunami sarebbe arrivato pochi minuti dopo, alle 06:39 ora italiana (i tempi di arrivo vengono stimati considerando la distanza e la profondità del mare lungo il tragitto e sono riportati nei messaggi di allerta). Soltanto trascorsa circa mezz’ora dall’arrivo stimato in Italia, non osservando alcuna anomalia in questi e in altri mareografi (Messina, Otranto, ecc.) alle 07:02 ora italiana è stato diramato il messaggio di fine allerta dal CAT.
A quel punto, molte delle procedure di allertamento che erano state messe in atto vennero ritirate. In alcuni casi, tuttavia, l’allerta venne mantenuta anche dopo, come nel caso di scuole in alcune regioni lontane come la Campania che rimasero chiuse per cautela.
Notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano il 6 febbraio 2023 dopo la chiusura dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.
Si può parlare di una “falsa allerta”?
No, non proprio. In realtà, come descritto sopra, il terremoto, pur essendosi originato a quasi 100 km dalla costa e con un movimento di tipo trascorrente, ha generato uno tsunami, sia pure di piccole dimensioni, secondo alcuni studiosi a causa di una frana sottomarina, ma la dinamica non è ancora del tutto chiara. A posteriori, si può supporre che, se la faglia si fosse propagata interamente verso sudovest invece che bilateralmente, avrebbe interessato il fondale marino per una lunghezza notevole, probabilmente superiore ai 100 chilometri, e in un caso del genere uno tsunami più grande si sarebbe potuto generare.
Per una migliore comprensione di quanto accaduto, va ricordato che nei primi minuti dopo un terremoto non si hanno informazioni sulle caratteristiche della faglia coinvolta; pertanto le previsioni, che devono essere tempestive, possono basarsi unicamente sui dati del terremoto (posizione, profondità, grandezza).
Come è migliorato il Sistema di allerta tsunami
Già prima del terremoto del 2023, il CAT stava lavorando per superare i limiti della Matrice Decisionale. Il metodo che è stato messo a punto dai ricercatori del CAT (denominato Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF) si basa su una stima probabilistica che viene effettuata una volta nota la posizione, la profondità e la magnitudo del terremoto, tenendo conto delle conoscenze geologiche pregresse. In pratica si stima quali sono le probabilità che un determinato terremoto sia avvenuto su una delle faglie note (o presunte) di quella regione, prendendo in considerazioni tutti i possibili scenari. Nel caso del terremoto del 2023, la presenza dominante della Faglia Est-Anatolica, notoriamente una faglia trascorrente sinistra, avrebbe permesso di capire che la probabilità di uno tsunami distruttivo era molto bassa. In effetti, le simulazioni effettuate ex post simulando la situazione reale hanno mostrato che il metodo del PTF avrebbe fatto una previsione accurata di quanto poi successo realmente, come si vede nella figura sottostante. Come si vede, soltanto le aree più prossime all’area epicentrale sono rosse o giallo-arancio, mentre tutto il resto del bacino del Mediterraneo presenta un livello verde, cioè di sola informazione e non di allerta.
Simulazione dei tempi di arrivo delle onde dello tsunami (curve di livello) causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia, utilizzando il metodo del Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point).
In questi tre anni sono proseguiti i test per perfezionare il metodo, con numerosi passaggi per gli organi interni all’INGV (CdA, Consiglio Scientifico e un panel di esperti internazionali), con il DPC, con quelli del NEAMTWS e con il coinvolgimento della Commissione Grandi Rischi (Sezione Maremoti), organismo di consulenza del DPC.
Il ruolo del DPC era quello di stabilire le soglie di probabilità che ottimizzassero il rapporto tra falsi e mancati allarmi. Proprio nelle ultime settimane sono stati affrontati gli ultimi aspetti rimasti aperti e a breve il metodo entrerà in operatività, con l’abbandono della Matrice Decisionale.
Ulteriori sviluppi del sistema di monitoraggio per gli tsunami
Nel 2025 sono state posizionate dall’INGV due boe di monitoraggio nel Mar Ionio per potenziare la rete di sorveglianza degli tsunami. Si tratta delle prime boe d’alto mare installate nel Mar Mediterraneo e, grazie alla loro posizione, consentiranno di caratterizzare eventuali onde di tsunami in anticipo, prima che raggiungano le coste italiane e prima ancora di essere rilevate dai mareografi presenti nei nostri porti. Questo ha reso più efficace il sistema di allerta e ha colmato una precedente mancanza di dati in mare aperto.
A cura di Alessandro Amato con il contributo di Lorenzo Cugliari e Silvia Filosa, CAT-INGV e di INGVterremoti.
02 Feb 2026 11:35 - Le mappe mensili della sismicità, gennaio 2026
Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 31 gennaio del 2026.
Sono stati 1339 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 gennaio 2026, un numero in aumento rispetto all’ultimo mese del 2025, con una media che risale da 39 a circa 43 terremoti al giorno, valore simile a quello degli eventi localizzati mensilmente nel 2025. Dei 1339 eventi registrati, 231 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e ben 45eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. Entrambi questi valori sono di gran lunga superiori allo scorso mese di dicembre.
L’ultimo terremoto di magnitudo superiore a 4 è stato registrato il 15 gennaio nel Mar Ionio settentrionale (Mb 4.3) ad un centinaio di km dalla costa calabrese (Crotone): nelle ore successive sono avvenuti, in quest’area, altri 3 terremoti di magnitudo compresa tra 3.4 e 3.8.
28 Jan 2026 09:04 - Faglia di Tremestieri: nuove evidenze di deformazione superficiale sull’Etna
Il contesto: un territorio che si muove
L’Etna ci affascina con i suoi panorami ed eventi eruttivi spettacolari, ma allo stesso tempo silenti processi dinamici accompagnano l’attività di questo vulcano. In molti casi questi movimenti sono dovuti alla presenza di faglie, fratture del terreno accompagnate dallo spostamento di una o entrambe le parti. Una di queste è la Faglia di Tremestieri (Figura 1), che attraversa il versante meridionale dell’Etna dal comune di Nicolosi fino a Tremestieri Etneo, ed è caratterizzata nel suo settore più meridionale da movimenti lenti e continui, noti come creep asismico. Questi piccoli spostamenti impattano sul territorio soprattutto quando interessano aree urbanizzate. Se osservati attentamente, raccontano molto sui processi geologici e vulcanici in atto sui versanti dell’Etna, ed in particolare su quello meridionale. I movimenti asismici di molte delle faglie che attraversano questo settore dell’Etna sono una realtà ben conosciuta non solo dagli scienziati che studiano il fenomeno, ma anche dalla popolazione che vive e subisce gli effetti di danno legati a questa “insidiosa” fenomenologia.
Figura 1 – Mappa schematica delle faglie attive dell’Etna.
L’area di studio si trova in un contesto geodinamico complesso, dove l’attività del vulcano si combina con la deformazione regionale legata al contatto tra la placca africana e quella eurasiatica. In un’area dove vulcani e faglie interagiscono continuamente, ogni frattura diventa un indizio prezioso per capire come la crosta terrestre si adatta e si deforma sotto l’influenza congiunta di tensioni tettoniche e movimenti magmatici.
I piccoli terremoti del 17 e 18 novembre 2025
Nei giorni 17 e 18 novembre 2025, la rete sismica dell’INGV ha registrato 9 eventi sismici localizzati nel versante sud dell’Etna, principalmente tra Pedara e Mascalucia (Figura 2). Si tratta di terremoti di energia modesta, con Magnitudo locale (ML) compresa tra 1.5 e 2.5 ed estremamente superficiali, prossimi al piano campagna. Le scosse più energetiche del 17 novembre – 04:30 UTC, ML 2.5; 12:12 UTC, ML 2.5; 12:17 UTC, ML 2.4 – sono state chiaramente avvertite dalla popolazione (Intensità max IV EMS) nell’area compresa tra Pedara, Mascalucia, Tremestieri, S. Agata li Battiati e Gravina di Catania (dati HSIT, https://www.hsit.it/).
Figura 2 – Mappa epicentrale dei terremoti registrati il 17 e 18 novembre 2025; per le scosse più energetiche del 17 novembre, avvertite dalla popolazione, sono stati riportati anche l’orario e la magnitudo. In particolare, l’evento delle 12:12 UTC del 17 novembre, presenta una cinematica (meccanismo focale) di tipo trascorrente, con piano di faglia orientato NNO–SSE e movimento relativo destrorso. Questa dinamica è coerente con le faglie attive della zona (mappa estratta dal Catalogo Sismico dei terremoti etnei).
Sulla traccia della faglia: cosa abbiamo osservato sul campo
A seguito di segnalazioni di fenomeni di fratturazione al suolo nel comune di Tremestieri Etneo, è stato effettuato un sopralluogo volto a verificarne l’entità e gli eventuali effetti. L’area ispezionata corrisponde al settore meridionale della Faglia di Tremestieri, nel tratto che attraversa l’omonimo comune, storicamente noto per le continue e talvolta intense fenomenologie da creep (Figura 3).
Figura 3 – Mappa strutturale del settore orientale dell’Etna; in rosso-viola, le faglie attive; in blu, i conetti vulcanici.
Fratture, rigetti e sollevamenti: il terreno si muove
Il rilievo è stato condotto lungo la zona di faglia che attraversa l’abitato di Tremestieri. La prima osservazione è stata fatta nel piazzale antistante il Circolo Didattico “Teresa di Calcutta”. Qui osserviamo fratture già note che rappresentano le tracce di movimenti passati. Il terreno parla, e basta osservarlo con attenzione per capirne la dinamica: si nota la generale riattivazione di fratture preesistenti, caratterizzate da un movimento laterale destro dei due blocchi fagliati, con spostamento massimo di circa 1.5 cm (Figura 4a-d).
Figura 4 – a) Frattura principale con direzione NO-SE che attraversa il piazzale antistante il plesso scolastico Teresa di Calcutta. b) Frattura secondaria. c) Particolare del rigetto laterale destro di circa 1.5 cm, misurato sulle strisce pedonali; l’ apertura della fessura non supera 1 cm. d) Dettaglio in cui si vede il detrito di riempimento scollato dai bordi della frattura, indicativo di una riattivazione di una rottura preesistente.
Procedendo nell’adiacente via Ravanusa, il sistema di fratture – almeno 2 principali con in mezzo una fascia di piccole rotture disposte a gradini, sfalsate o oblique – mostra dislocazioni dell’ordine del centimetro (Figura 5a); in prossimità delle fratture, la rottura di una tubazione dell’acqua testimonia lo stress deformativo cui è sottoposta l’area (Figura 5b).
Figura 5 – a) Sistema di fratture che tagliano la via Ravanusa e dislocano il muro di recinzione di un condominio. b) Particolare della rottura della tubazione di acqua potabile.
Dopo aver attraversato un complesso condominiale il cui cortile è interessato dal sistema di fratture, si giunge nella “piazzetta” sita lungo la via Etnea. Qui le deformazioni sono particolarmente evidenti (Figura 6a), sia per la chiarezza dei rigetti sia perché si sommano alle ben conservate fratture preesistenti (Figura 6b). La dislocazione è caratterizzata da un rigetto verticale di 0.5 cm e da un rigetto orizzontale di 1 cm; risulta ben evidente la componente laterale destra (Figura 6c), che causa anche vistose deformazioni “in compressione” (Figura 6d). I siti sopra descritti sono posizionati lungo il settore di faglia privo di evidenze morfologiche (faglia nascosta sensu, maggiori dettagli su questo tipo di faglie sono indicati in bibliografia).
Figura 6 – a) Sistema di fratture che attraversano la “piazzetta” lungo la via Etnea: la struttura in compressione è determinata dalla dislocazione con componente destra, il cui movimento è parzialmente impedito dalla tassellatura della pavimentazione. b) Lo stesso sito fotografato il 6-12-2024: si noti che la struttura in compressione è appena accennata. c) Particolare di una rottura in cui in cui si osserva il detrito di riempimento scollato dai bordi della frattura, indicativo di una riattivazione di un elemento preesistente: rigetto orizzontale destro di 1 cm, verticale 0.5 cm. d) Struttura in compressione formatasi sul marciapiede opposto, sempre lungo la via Etnea: il raccorciamento ha provocato un sollevamento di 5 cm.
Procedendo verso nord ovest, lungo via Cavour, il tratto di faglia caratterizzato da una scarpata ben evidente non presenta deformazioni o riattivazioni delle fratture presenti. Solo alcune centinaia di metri più a monte, lungo la SP 3/II “Tremestieri-Mascalucia”, si osserva la riattivazione di una importante frattura storicamente ben conosciuta, che ha causato la rottura di una tubazione dell’acqua (Figura 7a); anche in questo caso si osserva una cinematica prevalentemente estensionale e spostamenti dell’ordine di 1 cm (Figura 7b).
Figura 7 – a) Sistema di fratture che tagliano la SP 3/II “Tremestieri-Mascalucia” e dislocano il cancello di “Villa Maria”; si noti in primo piano la rottura di una tubazione dell’acqua. b) Particolare della frattura principale, anch’essa riattivatasi.
Si è ispezionato, infine, anche il tratto più settentrionale della Faglia di Tremestieri, senza trovare alcuna evidenza di fratture al suolo.
Cosa ci insegnano questi fenomeni
I rilievi lungo il settore meridionale della Faglia di Tremestieri ci raccontano una storia di movimenti lenti ma costanti (creep asismico). Non si tratta di eventi inattesi: questo settore è noto da tempo per il ripetersi di fenomenologie simili. Il tratto interessato dal creep asismico si estende per circa 1 km, e la deformazione diminuisce gradualmente da valle verso monte. Infatti, la porzione più a nord di questa faglia risulta “bloccata” nel movimento lento asismico, a causa della presenza di asperità e irregolarità della superficie distribuite lungo il piano di faglia: è proprio la rottura di queste asperità a generare i terremoti del 17 e 18 novembre, sopra descritti.
Le fratture osservate sul campo mostrano movimenti laterali destri coerenti con la cinematica della faglia. Questi dati ci ricordano che anche faglie apparentemente “silenziose” possono produrre deformazioni continue e rilevanti, con possibili conseguenze per strade, edifici e, in generale, per la pianificazione urbana.
Il messaggio è semplice ma importante: strumenti di monitoraggio e sopralluoghi diretti sul campo sono entrambi fondamentali per documentare i fenomeni, contribuendo a una gestione più sicura e consapevole del territorio.
A cura di Raffaele Azzaro e Carla Musumeci (INGV-Osservatorio Etneo)
Bibliografia
Azzaro R., Branca S., Gwinner K. & Coltelli M., 2012. The volcano-tectonic map of Etna volcano, 1:100.000 scale: morphotectonic analysis from high-resolution DEM integrated with geologic, active faulting and seismotectonic data. It. J. Geosciences (Boll. Soc. Geol. It.), 131 (1), 153-170.
Barberi, G., Di Grazia, G., Ferrari, F., Firetto Carlino, M., Giampiccolo, E., Maiolino, V., Mostaccio, A., Musumeci, C., Scaltrito, A., Sciotto, M., Tusa, G., Tuvè, T., & Ursino, A. (2020). Mt. Etna Revised Seismic Catalog from 2020 (EtnaRSC2020) (Version 1) [Data set]. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/ETNASC/ETNARSC2020.
Rasà R., Azzaro R. & Leonardi O., 1996. Aseismic creep on faults and flank instability at Mt. Etna volcano, Sicily. In. W.J. McGuire, A.P. Jones and J. Neuberg (Eds.), “Volcano instability on the Earth and other Planets”, Geological Society Special Publication 110, 179-192, ISBN 1-897799-60-8.
25 Jan 2026 09:30 - Il terremoto delle Alpi orientali del 25 gennaio 1348
Nel 2026 si ricordano i forti terremoti che cinquant’anni fa segnarono la storia recente del Friuli. Per questo motivo è importante ricordare anche altri forti eventi avvenuti nella regione, benché siano lontani nel tempo. Forse il più forte di questi terremoti fu quello del 25 gennaio 1348, con la zona epicentrale nell’area di confine tra Italia, Austria e Slovenia.
L’assetto tettonico e sismico tra le Alpi orientali e le Dinaridi
L’area compresa tra il Friuli, l’Austria meridionale e la Slovenia occidentale è una delle zone geologicamente più complesse e attive d’Europa. La sua configurazione attuale è il risultato diretto della collisione tra la microplacca Adriatica (a Sud) e la placca Eurasiatica (a Nord). Lo scontro è dovuto al movimento di rotazione in senso antiorario della prima contro la seconda. Questo movimento comprime la crosta terrestre lungo una direzione Nord-Sud, sollevando le catene montuose e generando le deformazioni che causano i terremoti.In questo contesto si trova la Linea del Gail (o Lineamento Periadriatico), una faglia profonda che separa nettamente il sistema delle Alpi centrali da quello delle Alpi meridionali. Le Alpi meridionali sono caratterizzate da un sistema di sovrascorrimenti (overthrusts). Si tratta di enormi porzioni di crosta terrestre che, spinte dalla compressione e con faglie orientate Est-Ovest, scorrono al di sopra della microplacca Adriatica che a sua volta scivola al di sotto del cosiddetto Sudalpino, immergendosi verso Nord. Altro elemento di primo ordine dell’area è la Linea Fella-Sava, una faglia ad alto angolo che mostra segnali di attività recente. Questa struttura consente il movimento essenzialmente di tipo trascorrente (scorrimento orizzontale) rispetto al sistema delle Dinaridi, cioè le catene montuose che si sviluppano verso la Slovenia con un orientamento Nord-Ovest/Sud-Est e vergenza verso Sud-Ovest. Proprio a causa di questa configurazione complessa della strutturazione dell’area, è molto difficile attribuire un terremoto a una singola faglia visibile in superficie (Caracciolo et al., 2021; Fig. 1).
Figura 1 – Schema sismotettonico delle Alpi meridionali orientali e delle Dinaridi esterne occidentali. I simboli rotondi rappresentano la sismicità del periodo 1000-2017 dal catalogo CPTI15 (Rovida et al., 2021). I numeri con sfondo giallo si riferiscono ai diversi epicentri stimati per il terremoto del 1348, per il cui dettaglio si rimanda alla Fig. 2.
Il 25 gennaio 1348
Il 1348 è stato un anno poco felice. Proprio quando la peste bubbonica, dopo aver raggiunto la Sicilia, era sbarcata nella penisola italiana e cominciava a estendersi silenziosamente dal porto di Genova verso il resto d’Europa (a quel tempo le epidemie si espandevano velocemente attraverso gli scambi commerciali via mare), all’altro estremo della penisola avvenne un altro disastro. La zona di confine e di contatto tra le popolazioni germaniche, slave e italiche fu colpita da uno dei più forti terremoti medievali, accaduto – come ricordato nelle cronache – il giorno della festa della conversione di San Paolo, ovvero il 25 gennaio. Questo evento è uno dei pochi forti terremoti localizzati nell’Europa centrale ed è uno dei più noti avvenuti nel continente durante il Medioevo.
Sappiamo dell’esistenza di questo terremoto per la grande quantità di cronache che lo menzionano e perché si tratta di uno dei pochi eventi naturali che ha trovato un certo spazio nella memoria collettiva. Infatti, è stato menzionato in testi storici e anche dai primi studiosi della natura e dei terremoti (K. v. Megenberg, s.XIV; G. Manetti, s.XV; C. Lycosthenes, 1557; L. Cavitelli, 1588; M.A. Nicoletti, s.XVI; M. Bonito, 1691). In tempi più recenti della sismologia, il terremoto del 1348 è stato studiato molte volte (K.E.A. Hoff, 1840; A. Perrey, 1848; R. Hoernes, 1878; F.G. Hann, 1903; A. Till, 1907, tra gli altri). Tuttavia, sebbene sia un evento molto noto, resta difficile da studiare dal punto di vista sismologico.
Lo studio di questo terremoto dal punto di vista macrosismico è reso complicato da alcuni elementi:
è molto antico e quindi la disponibilità di fonti, soprattutto coeve, è estremamente ridotta;
è avvenuto in un’area marginale rispetto ai grandi centri politici e culturali del tempo;
è avvenuto in una zona divisa tra diverse nazioni, come vedremo in seguito, in un’area in cui erano a contatto popolazioni italiche, germaniche e slave.
Per questi motivi, i diversi studi realizzati finora hanno ottenuto localizzazione epicentrale e magnitudo molto diverse tra loro: l’epicentro è stato posto da una parte all’altra del confine tra Italia, Slovenia e Austria; la magnitudo stimata varia tra 5.7 e 7.3 (Fig. 2).
Figura 2 – La mappa riporta le localizzazioni epicentrali e le relative magnitudo ottenute dai diversi studi macrosismici disponibili per il terremoto del 25 gennaio 1348. Per i riferimenti agli studi riportati, si rimanda a Caracciolo et al., 2021.
Queste incertezze giocano un ruolo importante nella valutazione della pericolosità sismica, perché, insieme ai terremoti del 1511 e del 1976, quello del 1348 rappresenta l’evento più importante verificatosi nella regione friulana. La conoscenza di questo terremoto, dunque, risulta fondamentale sia per elaborare scenari di rischio, sia per definire la “sorgente sismogenetica” da utilizzare nelle valutazioni probabilistiche.
Le stime derivano – come per tutti i terremoti pre-strumentali – dal numero delle località identificate e dal grado degli effetti subiti da esse. Poiché questi dati provengono da documenti storici, le differenti valutazioni derivano dalla sceltadelle fonti e dalle diverse interpretazioni di esse. Per questo motivo è necessario soffermarsi su alcune caratteristiche delle fonti utilizzate.
Le fonti storiche
Christa Hammerl, una sismologa austriaca che dedicò il suo studio di dottorato (Hammerl, 1992) all’analisi di questo terremoto, raccolse circa cento documenti (annali, cronache, lettere) che parlano del terremoto del 25 gennaio 1348. Tuttavia, quelli più importanti si riducono a poco più di una decina. La quasi totalità delle fonti vicine al terremoto forniscono informazioni su una singola località o su aree molto ristrette, mentre solo tre cronache presentano una descrizione complessiva dell’evento, con lunghi elenchi di località colpite. Tuttavia, queste ultime cronache sono testi complessi, redatti, inoltre, a molte centinaia di chilometri dall’epicentro.
Si può comprendere bene l’importanza di queste circostanze se si confronta l’evento del 1348 con l’altro forte terremoto alpino avvenuto meno di dieci anni dopo: quello di Basilea del 1356. Basilea era sede di un principato arcivescovile e centro di cultura e commercio; per questo motivo sono stati numerosi i cronisti locali che hanno lasciato memoria del terremoto. Al contrario, la zona più fortemente colpita nel 1348 era un’area piuttosto marginale, senza rilevanti centri culturali, ed era politicamente e linguisticamente frammentata. Si trattava di un luogo di passaggio tra Nord e Sud Europa in un’epoca in cui gran parte della circolazione di merci e persone avveniva ancora via mare. Per questi motivi, i numerosi cronisti che lasciarono tracce del terremoto del 25 gennaio 1348 si trovavano lontani dall’epicentro. Siccome il centro urbano più importante in area epicentrale era Villach, il terremoto è stato tramandato nei secoli come “terremoto di Villach”, benché non sia rimasta alcuna testimonianza scritta in quella cittadina (Fig. 3).
Figura 3. Disegno seicentesco di Villach, tratto da Valvasor (1688).
Al tempo del terremoto, Villach era un lontano dominio del principe arcivescovo di Bamberg (cittadina nel Nord della Baviera), mentre il resto del territorio si trovava diviso tra il Patriarcato di Aquileia, i Ducati di Carinzia e di Carniola, la contea di Ortenburg e il principato di Frisinga. Ai margini della zona di maggior danno rimanevano la Repubblica di Venezia e la Contea di Gorizia (Fig. 4).
Figura 4. La frammentazione politica della zona colpita dal terremoto del 25 gennaio 1348.
Il carattere frammentario della zona colpita da questo terremoto è stato superato dalla narrazione delle tre più importanti cronache rinvenute: la Cronaca Universale (Weltchronik)di frate Detmar, scritta a Lubecca in tedesco antico, la Gesta Bertholdi di Matthias von Neuenburg, scritta a Strasburgo in latino, e la Nuova Cronica di Giovanni Villani, scritta a Firenze in italiano volgare. In quest’ultima cronaca il terremoto fu l’ultima notizia riportata da Giovanni Villani prima di morire a causa della Peste Nera (il suo scritto fu poi continuato dal fratello Matteo).
Il racconto di Villani è composto da due parti: la prima accenna al risentimento della forte scossa nell’Italia settentrionale fino a Pisa; la seconda trascrive una lettera inviata da Udine da mercanti fiorentini, nella quale danno notizia degli effetti del terremoto nelle località che si trovano sulle due principali strade che uniscono il Friuli e la Carinzia. Il testo è interessante perché il suo stile sembra anticipare il genere narrativo che verso la fine del XV secolo, avrebbe dato origine al giornalismo moderno.
Matthias von Neuenburg scrisse due opere in cui menziona il terremoto: una Cronaca (Chronica), in cui fa un primo riassunto dell’evento, e poi nella sua biografia dell’Arcivescovo di Strasburgo Bertold von Buchegg, la Gesta Bertholdi Argentinensis, in cui aggiunge il nome di molte località colpite. Matthias von Neuenburg era avvocato nella corte dell’Arcivescovo di Strasburgo e per questo motivo aveva a disposizione la vasta rete di informazioni che l’alto prelato godeva come membro rilevante dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. I dati forniti da Matthias v. Neuenburg riguardavano in particolare la Carinzia e la Carniola.
L’ultima delle tre fonti menzionate è quella di un frate francescano noto come Detmar, scritta a Lubecca tra venti e quarant’anni dopo il terremoto. Per questo motivo non tutti gli studiosi l’hanno utilizzata perché considerata non contemporanea al terremoto. Tuttavia, nonostante la distanza temporale, la cronaca di Detmar è molto importante perché aveva a disposizione documenti coevi conservati nell’archivio ufficiale del Comune di Lubecca. Infatti, questa ricca città faceva parte della Lega Anseatica e almeno dalla fine del XIII secolo contava un archivio storico. Lo stesso comune di Lubecca chiese a Detmar di continuare a scrivere la cronaca della città che era stata interrotta per causa della Peste Nera. Detmar invece non si limitò alla cronaca cittadina e scrisse una cronaca del mondo (Weltchronik) basata su testimonianze arrivate attraverso le diverse vie commerciali. I brani dedicati al terremoto del 1348 sembrano essere stati assemblati sulla base di (almeno) tre fonti diverse.
Come succede con le altre fonti menzionate, non sempre è semplice identificare con certezza i luoghi citati da Detmar; tuttavia, fornisce molti nomi di località danneggiate sia in Friuli che in Carinzia e in Carniola, ed è proprio grazie alla sua cronaca che è stata identificata la zona di maggior danno nella sella di Camporosso, nella Val Canale.
Sulla base dell’analisi critica delle fonti è stata disegnata una mappa degli effetti che contiene 74 punti di intensità macrosismica e che copre una zona molto estesa (Fig. 5).
Figura 5. Il terremoto del 25 gennaio 1348: distribuzione delle osservazioni macrosismiche.
È da notare che molte informazioni riguardano castelli, come quelli rappresentati nelle Fig. 6 e 7, i cui danni non possono essere identificati con un valore preciso in una scala macrosismica (riservata ai nuclei urbani), bensì con una espressione alfanumerica “D” (damage/danno), “HD” (Heavy Damage/Forte Danno). Simile discorso vale per la Sella di Camporosso, perché si tratta di un’area geografica e non di un centro abitato.
Figura 6. Disegno seicentesco delle rovine del castello di Osterberg, tratto da Valvasor (1689).Figura 7. Foto delle rovine del castello di Ortenburg, in Carinzia; sede dell’omonima contea. Fonte Wikimedia Commons.
Attraverso algoritmi specifici per la parametrizzazione di un terremoto (epicentro e magnitudo), utilizzando tutte le osservazioni macrosismiche disponibili si è arrivati alla stima che colloca l’epicentro proprio nella sella di Camporosso (coordinate Lat. 46.504 N, Lon. 13.581 E), con un’intensità massima (Imax) pari a 9-10 MCS (simile ai forti terremoti friulani del 1976) e una magnitudo momento (Mw) pari a 6.6, che risulta la più alta storicamente riscontrata per la regione.
Eventi in cascata
Questo terremoto è ricordato anche per gli effetti “a cascata” cui diede luogo. Le cronache parlano di diverse frane; tuttavia, quella che ha focalizzato la maggior attenzione è stata la grande frana del monte Dobratsch, davanti al monastero di Arnoldstein (Fig. 8) sulla strada tra il valico di Coccau e Villach, perché non solo ha distrutto il castello di Löwenburg, sulle pendici del monte, ma anche perché chiuse il flusso del fiume Gail, provocando prima lo straripamento delle acque a monte e poi l’inondazione a valle, quando le acque sovrastarono il corpo della frana, con la conseguente distruzione di molti piccoli paesi non più ricostruiti. A questo riguardo, si può fare una considerazione di tipo meteorologico. Benché il terremoto sia accaduto in pieno inverno, nelle cronache non viene menzionata la neve e non si parla di slavine. È quindi probabile che la stagione di precipitazioni si sia manifestata con piogge abbondanti, invece che con nevicate, creando le condizioni perché un forte terremoto potesse provocare una frana.
Figura 8. Il monastero ad Arnoldstein sul fiume Gail, in un disegno seicentesco. A destra si osservano le rovine del vecchio monastero colpito dal terremoto. Tratto da J.W. Valvasor (1688).
Conclusioni
Il terremoto del 25 gennaio 1348 rimase nella memoria come uno dei maggiori eventi catastrofici delle Alpi orientali. È stato necessario un lungo lavoro di analisi e interpretazione delle fonti per poter ricostruire uno scenario macrosismico aggiornato. Tuttavia, non si può escludere che altre fonti, ad esempio degli archivi di Bamberg, possano gettare nuove luci sugli effetti di questo terremoto. È bene ricordare che, quella che era una regione marginale nel XIV secolo, oggi è una zona di passaggio fondamentale per i flussi di persone e merci e cerniera non solo tra tre Stati dell’Unione Europea, bensì tra almeno tre tradizioni linguistiche e culturali del continente.
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22 Jan 2026 15:54 - Attività sismica in provincia di Messina, gennaio 2026: approfondimento e aggiornamento
Il 18 gennaio 2026 alle ore 14:54 italiane è avvenuto un terremoto di magnitudo Mw 4.1 (magnitudo Richter ML 4.0) in provincia di Messina, 2 km a sud di Militello Rosmarino, ad una profondità di circa 8 km. Tale evento era stato preceduto da 5 terremoti con magnitudo massima ML 2.4. Il 18 gennaio sono stati localizzati, oltre all’evento più forte, altri 35 terremoti e l’attività sismica è proseguita anche nei giorni successivi.
Aggiornamento del 22 gennaio alle ore 16
Ad oggi la sequenza conta circa 85 terremoti, di cui 50 con magnitudo minore di 2.0, 30 di magnitudo compresa tra 2.0 e 2.9, 5 di magnitudo compresa tra 3.0 e 3.9.
Per gli eventi di maggiore energia (riportati in tabella), è stato possibile determinare il meccanismo focale e la magnitudo momento Mw (ottenuta tramite TDMT,Time Domain Moment Tensor). Tali calcoli indicano un regime tettonico estensionale, caratterizzato da meccanismi di faglia normale con orientazione prevalentemente Est-Ovest.
Inquadramento geologico-strutturale
Dal punto di vista geologico, la Sicilia nord-orientale rappresenta un settore della catena montuosa Siciliano-Maghrebide che si è formata in seguito alla convergenza tra la Placca Africana e quella Eurasiatica. A partire da circa 27 milioni di anni fa, questa collisione ha prodotto una fase di intenso accorciamento crostale, responsabile della formazione di un insieme di grandi strutture sovrapposte che costituiscono l’ossatura principale della catena montuosa stessa. Dopo la fase principale di compressione, nell’area dei Monti Nebrodi-Peloritani la deformazione si è riorganizzata, portando all’attivazione di un sistema di faglie caratterizzate da movimenti prevalentemente estensionali, orientato in direzione NE-SO e localmente interrotto da sistemi trascorrenti, che accomodano movimenti orizzontali.
Sezione geologica rappresentativa della struttura crostale della Sicilia, dal Mar Tirreno alla Sicilia sud-orientale (da Finetti et al., 2005).
Le faglie estensionali hanno spesso “riutilizzato” superfici e strutture già esistenti, formatesi durante le fasi compressive precedenti. La loro attività, collegata a dinamiche tettoniche profonde, può determinare sollevamenti differenziali tra blocchi di crosta vicini, influenzando in modo significativo la morfologia lungo ampi tratti della fascia costiera settentrionale siciliana.
La sismicità che caratterizza quest’area, inclusa la sequenza attualmente in corso, è direttamente collegata alla riattivazione di queste strutture crostali. Pur non essendo associate ai grandi terremoti storici della Sicilia orientale (1693, 1908), tali faglie rappresentano un elemento importante della deformazione attuale e contribuiscono alla sismicità diffusa che interessa la Sicilia settentrionale e il settore tirrenico adiacente.
A cura di INGVterremoti con il contributo di Luciano Scarfì, OE-INGV.
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