- 25 Jun 2026 01:56 - Eventi Sismici Mw 7.0 e 7.5, stato di Yaracuy (Venezuela), 25 giugno 2026
Un terremoto di magnitudo preliminare Mwp 7.0 (M 7.2 – USGS) è stato localizzato alle ore 00:04 italiane del 25 giugno 2026 (24-06-2026 22:04 ora UTC) 28 km a nord–ovest di San Felipe (206’000 abitanti) dello stato di Yaracuy, circa 170 km a sud–est di Caracas, nel nord del Venezuela. Il sisma è avvenuto ad una profondità stimata di circa 3 km.
Per terremoti di queste dimensioni ed in regioni geologiche complesse sono necessarie alcune ore per avere un quadro più completo della stima dell’energia rilasciata e del meccanismo con cui si è attivata la sorgente sismica. Secondo l’USGS, si tratta di un primo evento sismico seguito da un secondo evento dopo 39 secondi con Magnitudo M7.5 e con epicentro a 23 km a sud-est di Yumare.
Il Venezuela settentrionale si trova lungo il margine complesso tra la placca Caraibica (a Nord) e la placca Sudamericana (a Sud). Il movimento relativo tra le due ha una componente importante di trascorrenza destra, cioè moto laterale destro, accompagnata localmente da deformazione distribuita. Le principali faglie attive che accomodano questo movimento sono il sistema Boconó–San Sebastián–El Pilar ed il sistema Oca–Ancón. Il terremoto odierno sembra aver attivato la regione dove questi sistemi si intersecano, probabilmente con l’attivazione di più faglie.

Fig.1 mappa dei confini tra placche nella regione venezuelana, tratta da “Map of Quaternary Faults of Venezuela, Franck A. Audemard M. 2000, USGS report ofr-00-0018 “ Tutti questi sistemi hanno dato origine in epoca storica a diversi eventi sismici distruttivi: si pensi ad esempio al terremoto del 28 marzo 1812 (M7.7) che ha colpito le città di Caracas e San Felipe e quello del 29 ottobre 1900 (M7.7) che colpì Caracas.
Pochi minuti dopo il terremoto, è stata diramata un’allerta tsunami per Porto Rico e le Isole Vergini. L’allerta è stata “chiusa” senza evidenze di variazione del livello del mare alle 01:15 IT.
Riportiamo le proiezioni elaborate dall’USGS relative alla probabilità di occorrenza di eventi sismici significativi nei prossimi sette giorni nell’area. Le analisi (aggiornate alle 02:23:01 IT) indicano una probabilità settimanale del 43% che si verifichino eventi con magnitudo pari o superiore a 6. Questa percentuale si riduce notevolmente, attestandosi al 6%, per eventi con magnitudo pari o superiore a 7. Questo significa che, sebbene la probabilità sia bassa (4% settimanale), anche l’occorrenza di terremoti con una magnitudo superiore a quella registrata oggi è possibile. È fondamentale sottolineare che queste stime si basano su modelli probabilistici e non costituiscono una predizione, ma piuttosto un’indicazione statistica basata su dati e modelli disponibili al momento. Per ulteriori dettagli e per consultare la metodologia utilizzata, è possibile fare riferimento alla pagina ufficiale dell’USGS:https://earthquake.usgs.gov/earthquakes/eventpage/us6000t7zp/oaf/overview
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Vai alla notizia - 24 Jun 2026 09:41 - Il terremoto del 25 aprile 1836 in Calabria nord-orientale: quadro delle conoscenze sismotettoniche
Il 25 aprile del 1836 un forte terremoto colpì la Calabria nord-orientale. L’area epicentrale del sisma è stata individuata nei pressi di Rossano Calabro (CS) attraverso l’analisi della distribuzione dei danni. Nonostante l’ubicazione costiera dell’evento e la conseguente mancanza di dati sismologico-storici relativi agli effetti prodotti a largo del litorale ionico, è stato possibile calcolare una magnitudo momento Mw pari a 6.2.
L’intensità massima, corrispondente al X grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS), fu registrata nell’abitato di Crosia (CS), che subì i danni più rilevanti. Livelli di danneggiamento molto severi interessarono anche Rossano Calabro e Calopezzati, dove è stata stimata un’intensità pari al grado IX MCS (Fig. 1, Rovida et al., 2022).

Fig. 1. Distribuzione delle intensità (scala MCS) del terremoto del 25 aprile 1836 (Rovida et al., 2022). Nell’ingrandimento un dettaglio dell’area epicentrale, compresa fra gli abitati di Rossano Calabro e Mirto, entrambi in provincia di Cosenza (CS). Quello del 1836 è solo uno dei grandi terremoti che hanno colpito il territorio calabro negli ultimi quattro-cinque secoli e, tra questi, ricordiamo le sequenze sismiche del 1638 e del 1783, caratterizzate da forti terremoti che hanno superato magnitudo stimata Mw 7, nonché gli eventi del 1832 (Mw 6.7), del 1905 (Mw 7.0) e del 1908 (Mw 7.1).
Il terremoto del 1836 si colloca in un settore della penisola italiana geologicamente complesso, ovvero nella zona di giunzione tettonica fra l’Appennino meridionale e l’arco calabro. La giustapposizione di questi due domini tettonici è definita da un’ampia zona di faglia perpendicolare all’arco calabro stesso, nota come “Linea del Pollino”, che consiste in un allineamento tettonico orientato circa NO-SE a cinematica trascorrente sinistra (e.g. Tansi et al., 2007), che mette a contatto le sequenze sedimentarie marine del Meso-Cenozoico dell’Appennino meridionale con i corpi metamorfici e ignei della Calabria (Fig. 2).

Fig. 2. Assetto tettonico-strutturale dell’arco calabro (modificato da Tansi et al., 2007). Il rettangolo azzurro a tratteggio indica la zona epicentrale del terremoto del 1836, nonché l’area oggetto dello studio di Gori et al. (2016). Nel corso degli ultimi decenni sono stati condotti diversi studi che hanno cercato di fare luce sul quadro strutturale della zona colpita dall’evento sismico del 1836, analizzando le faglie presenti nell’area e la loro possibile attività recente, alla ricerca della faglia responsabile del terremoto. L’elemento tettonico principale interessa la zona di Rossano Calabro, appartenente alla cosiddetta “Linea Cetraro-Rossano” di Moretti e Guerra (1997), anche noto come Faglia di Rossano (e.g. Corbi et al., 2009; Galli et al., 2009), ad andamento circa E-O. La struttura tettonica mostra una storia cinematica complessa, con movimenti sia trascorrenti che normali con componente obliqua. Van Dijk et al. (2000) e Muto et al. (2014) hanno invece identificato nell’area un’ampia zona di faglia a cinematica transpressiva sinistra, orientata circa NO-SE, che si interromperebbe proprio in corrispondenza della suddetta Faglia di Rossano.
Da un punto di vista dell’attività recente della Faglia di Rossano, Galli et al. (2009) hanno descritto possibili evidenze geologiche di movimenti di tipo distensivo nell’Olocene. Invece, Folino Gallo (2010) e Tansi et al. (2024) hanno mostrato evidenze geologiche di attività nel Quaternario iniziale di faglie a cinematica transpressiva sinistra nella zona di Rossano Calabro e nei settori circostanti.

Fig. 3. Schema geologico-strutturale della parte nord-orientale dell’arco calabro tratto da Folino Gallo (2010), nella zona di Rossano Calabro. Il rettangolo rosso indica l’area di indagine di Gori et al. (2016). La cosiddetta “Linea Corigliano-Rossano” è stata, invece, ipotizzata essere la faglia responsabile del terremoto del 1836 da Moretti (2000), mentre Galli et al. (2009) considerano la suddetta Faglia di Rossano, come struttura tettonica estensionale responsabile del forte evento sismico. Secondo gli stessi autori, la faglia sarebbe stata anche responsabile di un evento sismico che avrebbe colpito la medesima area nel 951 d.C. (magnitudo equivalente 6 secondo Guidoboni et al., 2019). Tuttavia, ad oggi non sono stati individuati elementi geologici che confermino l’attivazione della Faglia di Rossano in occasione di questo evento sismico.
Ricerche condotte in tempi più recenti (Gori et al., 2016) hanno messo in luce, per la prima volta, dei segnali di attività tettonica estremamente recente in un settore specifico del territorio. Tale ramo di faglia è stato localizzato tra gli abitati di Mirto e Marina di Calopezzati, situandosi proprio nell’area che subì il maggior impatto distruttivo durante il sisma del 1836.
Le indagini condotte hanno permesso di individuare una zona di faglia caratterizzata da cinematica transpressiva sinistra, caratterizzata dalla presenza di piani sia trascorrenti che inversi. Nello specifico, l’osservazione delle pareti di uno scavo edilizio (Fig. 4) ha rivelato una chiara struttura di faglia posizionata in prossimità del litorale, sulla sinistra idrografica del Torrente Fiumarella.

Fig. 4. Parete settentrionale di un scavo realizzato per la costruzione di un edificio nei pressi dell’abitato di Mirto. Tale zona di faglia, orientata circa NO-SE, ha deformato e dislocato sedimenti marini riferibili al Pleistocene medio, che oggi affiorano ad alcuni metri sopra il livello del mare a causa del sollevamento regionale che interessa la Calabria a partire dal Pleistocene medio (e.g. Westaway, 1993). Questi sedimenti risultano piegati e dislocati da piani di faglia inversi (Figg. 5 e 6). Questi mostrano un senso di accavallamento e trasporto verso monte, i cui movimenti non sono quindi imputabili a fenomeni non tettonici, quali frane.

Fig. 5. a) Parete dello scavo analizzato. b) Schema stratigrafico-strutturale della parete dello scavo (modificato da Gori et al., 2016) 
Fig. 6. Dettaglio della zona di faglia individuata nella parete dello scavo. Le linee rosse indicano i principali piani di taglio; le due linee (nera a tratteggio e gialla a puntini) marcano alcuni livelli sedimentari dislocati dalla zona di faglia. Tali deformazioni e dislocazioni hanno interessato anche sedimenti molto recenti, datati dagli autori all’Olocene con il metodo del Radiocarbonio, testimoniando l’attività di questa zona di faglia anche negli ultimi millenni. Inoltre, tale struttura tettonica sembra collocarsi in corrispondenza di una scarpata posizionata a pochi metri dal mare e lungo la quale furono segnalati fenomeni ambientali cosismici in occasione del terremoto del 1836.
Il quadro strutturale della regione e le evidenze di deformazione dei sedimenti quaternari permettono di associare la zona di faglia osservata da Gori et al. (2016) all’attività di una ampia zona di deformazione tettonica trascorrente sinistra, le cui evidenze sono state individuate sia a terra (Muto et al., 2014; 2015) che a mare (e.g. Van Dijk, 2000; Ferranti et al., 2014).
Nonostante la necessità di approfondire le ricerche con ulteriori indagini geologiche sul campo, i dati attualmente disponibili consentono di formulare l’ipotesi robusta che la struttura di faglia individuata da Gori et al. (2016) abbia ricoperto un ruolo centrale nel meccanismo sismogenetico del terremoto del 1836.
A supporto di questo quadro, si segnala un terremoto di magnitudo ML 3.9 al largo della costa ionica cosentina, nei pressi di Rossano Calabro. Sebbene l’analisi di un singolo terremoto richieda prudenza, il suo meccanismo focale indica una dislocazione transpressiva sinistra su un piano orientato NO-SE. Tale dinamica appare coerente e compatibile con il modello strutturale proposto da Gori et al. (2016) e con quanto già osservato da Tansi et al. (2024).

Fig. 7. Epicentro (stella bianca) e meccanismo focale dell’evento di Ml 3.9 avvenuto il 6 marzo 2026, alle 14:21. Per ulteriori approfondimenti si veda https://amq.aiqua.it/index.php/amq/issue/view/13
A cura di Emanuela Falcucci e Stefano Gori, INGV-Roma 1
Bibliografia
Corbi, F., Fubelli, G., Lucà, F., Muto, F., Pelle, T., Robustelli, G., Scarciglia, F., Dramis, F. (2009). Vertical movements in the Ionian margin of the Sila Massif (Calabria, Italy). Bollettino della Società Geologica Italiana, 128 (3), 731-738.
Ferranti, L., Burrato, P., Pepe, F., Santoro, E., Mazzella, M. E., Morelli, D., Passaro, S., Vannucci, G. (2014). An active oblique contractional belt at the transition between the Southern Apennines and Calabrian Arc: The Amendolara Ridge, Ionian Sea, Italy. Tectonics, 33, 2169-2194.
Folino Gallo, M. (2010). Caratteri neotettonici del bordo nord-orientale dell’Arco Calabro. Ph.D. Thesis, XXI Ciclo, Università della Calabria. Tutor Prof. Carlo Tansi.
Galli, P., Spina, V., Vilardo, I., Naso, G. (2009). Evidence of active tectonics in southern Italy: the Rossano fault (Calabria). In: Recent Progress on Earthquake Geology. Editor: Pierpaolo Guarnieri, Nova Science Publishers, Inc. ISBN: 978-1-60876-147-0.
Gori, S., Falcucci, E., Fubelli, G., Muto, F., Dramis, F. (2016). Active transpressive surface faulting in north-eastern Calabria, southern Italy: early results of geomorphological, stratigraphic and paleoseismological analyses. Alpine and Mediterranean Quaternary, 29(1), 91-105.
Guidoboni, E., Ferrari, G., Tarabusi, G., Sgattoni, G., Comastri, A., Mariotti, D., Ciuccarelli, C., Bianchi, M.G., Valensise, G. (2019). CFTI5Med, the new release of the catalogue of strong earthquakes in Italy and in the Mediterranean area, Scientific Data 6, Article number: 80 (2019). https://doi.org/10.1038/s41597-019-0091-9
Moretti, A. (2000). Il database delle faglie capaci della Calabria. In: Le Ricerche del GNDT nel Campo della Pericolosità Sismica (1996-1999), Galadini F., Meletti C., Rebez A. (eds.), 219-226, Cons. Naz. Delle Res., Gruppo Naz. per la Difesa dai Terremoti, Roma.
Moretti, A., Guerra, I. (1997). Tettonica dal Messiniano ad oggi in Calabria: implicazioni sulla geodinamica del sistema Tirreno-Arco Calabro. Boll. Soc. Geol. It., 116, 125-142.
Muto, F., Critelli, S., Robustelli, G., Tripodi, V., Zecchin, M., Fabbricatore, D., Perri, F. (2015). A Neogene-Quaternary geotraverse within the northern Calabrian Arc from the foreland peri-Ionian margin to the backarc Tyrrhenian margin. Geological Field Trips, 7(2.2), 65. doi:10.3301/GFT.2015.04.
Muto, F., Spina, V., Tripodi, V., Critelli, S., Roda, C. (2014). Neogene tectonostratigraphic evolution of allochthonous terranes in the eastern Calabrian foreland (southern Italy). Ital. J. Geosci., 133, 455-473.
Rovida, A., Locati, M., Camassi, R., Lolli, B. et al. (2022). Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15), versione 4.0 [Data set]. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), doi:10.13127/cpti/cpti15.4.
Tansi, C., Muto, F., Critelli, S., Iovine, G. (2007). Neogene-Quaternary strike-slip tectonics in the central Calabrian Arc (southern Italy). Journal of Geodynamics, 43, 393-414.
Tansi C., Critelli S., Folino Gallo M., Gervasi A., Imbrogno G., La Rocca M., Ponte M., Tripodi V., Muto F. (2024). Seismotectonics and landslides of the NE border of the Calabrian Arc (Southern Italy). Journal of Maps, 20, 1, 2347901. https://doi.org/10.1080/17445647.2024.2347901
Van Dijk, J.P., Bello, M., Brancaleoni, G.P., Cantarella, G., Costa, V., Frixa, A., Golfetto, F., Merlini, S., Riva, M., Torricelli, S., Toscano, C., Zerilli, A. (2000). A regional structural model for the northern sector of the Calabrian Arc (southern Italy). Tectonophysics, 324, 267-320.
Westaway, R. (1993). Quaternary uplift of southern Italy. Journal of Geophysical Research, 98, 21,741-772.
Vai alla notizia - 19 Jun 2026 13:00 - Maturità 2026 | Il terremoto del Friuli 1976 nella prova di matematica
Nella maturità scientifica del giugno 2026 è comparso un quesito sismologico. Prendendo spunto dal 50° anniversario del terremoto in Friuli del 1976, ai maturandi è stato chiesto:
Nel 1976, due scosse di terremoto, a maggio e a settembre, di magnitudoe
della scala Richter, colpirono un vasto territorio a nord di Udine. La magnitudo
di un terremoto, secondo la scala Richter, è data da
, dove
rappresenta il massimo delle ampiezze registrate da un sismografo e
è un’ampiezza di riferimento. Si determini il rapporto
tra le ampiezze prodotte dai due eventi sismici friulani.
Dalla legge empirica di Gutenberg-Richter,, dove
è l’energia liberata dal terremoto ed
un’energia di riferimento, si determini la variazione percentuale dell’energia liberata tra il primo e il secondo terremoto.
In parole più semplici: quanto è più forte un terremoto rispetto a un altro?
La risposta non è subito intuitiva perché entra in gioco il logaritmo: piccoli incrementi di magnitudo corrispondono a grandi differenze di ampiezza ed energia.
“I nostri 25 più attenti lettori ” probabilmente sanno che possono trovare queste ed altre informazioni nelle nostre FAQ, ma vogliamo cogliere l’occasione per parlarne ancora: è una domanda che ricorre spesso. Facciamo un po’ di conti:
Per i due terremoti vale
, quindi
. Ne segue che
Quindi il primo terremoto ha avuto un’ampiezza circa 3.16 volte quella del secondo.
Per l’energia (Gutember & Richter, 1954):
La differenza di magnitudo è
quindi il rapporto tra le energie è
Il primo terremoto ha dunque liberato circa 5.62 volte l’energia del secondo. In termini percentuali, l’aumento è circa 462%
Questo risultato ci ricorda che tra magnitudo, ampiezza del sismogramma e l’energia di un terremoto c’è un rapporto matematico molto particolare. Ogni volta che la magnitudo sale di una unità, l’ampiezza aumenta di circa 10 volte mentre l’energia aumenta di circa 32 volte. In altre parole, rispetto a un terremoto di magnitudo 1, un terremoto di magnitudo 2 rilascia 32 volte più energia, mentre uno di magnitudo 3 rilascia circa 1000 (32 per 32 volte) volte più energia!
E… un abbraccio forte a chi sta affrontando l’esame di maturità!!!
Per approfondire la storia e le informazioni scientifiche della sequenza sismica del Friuli 1976 è stata realizzata una storymaps “Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere ” da INGVterremoti in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS , ed è disponibile al seguente link: https://arcg.is/1Gm5em1
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Vai alla notizia - 17 Jun 2026 14:59 - Il terremoto del 2 giugno 2026 (Mw 6.1 ML 6.2) e l’attenuazione delle onde sismiche nelle zone di subduzione
Perché il terremoto più forte degli ultimi nove anni in Italia non ha causato danni? È la domanda che si sono posti in molti non appena appresa la notizia della magnitudo (Mw 6.1) del terremoto avvenuto nel Mar Tirreno la notte tra il 1 e il 2 giugno 2026.

Figura 1 – Localizzazione dell’evento del 2 giugno 2026 (stella rossa) e isobate dello slab (i numeri in bianco indicano la profondità in km) dalla Banca Dati delle Sorgenti Sismogenetiche Individuali (DISS) e Maesano et al. (2017). Il terremoto è avvenuto in un tratto dello slab caratterizzato da una pendenza quasi verticale. Il motivo sembra banale, ma la spiegazione che ne segue lo è meno. Il terremoto (Figura 1) è avvenuto a grande profondità sotto la superficie terrestre: l’ipocentro è stato calcolato a 259 km di profondità, ben al di sotto della crosta terrestre, che in quell’area è spessa circa 35 km. Come già scritto in precedenti articoli, l’evento del 2 giugno 2026 si colloca all’interno di un cosiddetto slab di crosta oceanica che scende all’interno del mantello terrestre per effetto della subduzione della placca africana al di sotto di quella europea. Pertanto, i punti della superficie terrestre dove è possibile risentire gli effetti del terremoto si collocano tutti a distanze maggiori di 250 km, e già questo basta a spiegare la totale assenza di danneggiamenti. Ma c’è di più. I terremoti profondi che avvengono all’interno dello slab sono caratterizzati da risentimenti anomali, difficili da simulare con le leggi di attenuazione comunemente usate per riprodurre gli effetti dei terremoti crostali. L’anomalia consiste sia nel fatto che il terremoto viene avvertito a grandi distanze, sia, ad esempio, che il campo macrosismico è generalmente asimmetrico.
Questo non è soltanto un effetto della profondità, per cui il risentimento si distribuisce su un’area più ampia, ma è dovuto alla particolare modalità di propagazione delle onde sismiche, che rimangono “intrappolate” nella placca in cui si originano. In sostanza, vengono attenuate meno lungo lo slab, all’interno del quale “viaggiano” percorrendo lunghe distanze (Chen et al., 2013). Inoltre, nelle zone di subduzione, al di sopra dello slab, è spesso presente un cuneo di astenosfera, un’area del mantello meno densa che attenua le onde sismiche: un motivo aggiuntivo (oltre alla distanza) per cui in prossimità dell’epicentro il risentimento è generalmente basso. Le onde sismiche si propagano quindi principalmente seguendo la geometria della litosfera subdotta, all’interno della quale la propagazione avviene in maniera estremamente efficiente e con bassissima attenuazione, e possono essere percepite anche a centinaia di chilometri di distanza, mentre in direzione verticale, verso la superficie, vengono attenuate dalla presenza dell’astenosfera (Figura 2).

Figura 2 – Rappresentazione schematica di come la geometria degli elementi di una subduzione possa influenzare la propagazione delle onde sismiche. È questo il motivo per cui, ad esempio, i terremoti della subduzione ellenica (in Grecia) si risentono fino a oltre 700 km di distanza dall’epicentro (Sbarra et al., 2017), come spiegato in questo precedente articolo. L’evento del 2 giugno 2026 (mappa Hai Sentito il Terremoto? – HSIT, Figura 3) oltre che in Calabria, è stato avvertito distintamente in Sicilia, in Puglia e in Campania a più di 500 km di distanza dalla sorgente (tenendo conto della profondità), come pure in Grecia e in Albania (vedi sito dell’EMSC). Una debole percezione è stata riportata anche in alcune città dell’Italia del Nord, ai piani superiori degli edifici più alti, dove possono essere percepite le basse frequenze generate dai forti terremoti (Tosi et al., 2023), e in Croazia e Slovenia a oltre 900 km di distanza.

Figura 3 – Mappa dell’intensità macrosismica secondo la Scala MCS del terremoto del 2 giugno 2026 (Mw 6.1, profondità 250 km), realizzata grazie alle segnalazioni dei cittadini al sito https://www.hsit.it/ (ultimo aggiornamento: 17 giugno 2026). Per descrivere correttamente gli effetti dei terremoti della subduzione calabra, servirebbero leggi di attenuazione appositamente sviluppate, ma i dati disponibili non sono sufficienti a ricavare una relazione empirica, considerando che gli eventi di magnitudo elevata sono fortunatamente rari. Inoltre, per riprodurre l’effetto della propagazione “efficiente” all’interno dello slab e quello de-amplificante nelle aree in cui è presente materiale astenosferico a bassa profondità, è necessario considerare la geometria tridimensionale dell’intero sistema (slab e astenosfera). Per questo motivo, per lo studio degli effetti dei terremoti profondi è importante far riferimento a dati sperimentali, sia strumentali che ottenuti attraverso il contributo dei cittadini, per ricostruire in modo adeguato il campo di risentimento degli effetti dei terremoti.
Scendendo un po’ più nel dettaglio tecnico, alcune analisi preliminari dei dati registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale Integrata dell’INGV sembrano confermare proprio questo comportamento.
Nelle figure seguenti mostriamo una ricostruzione tridimensionale dello slab in subduzione (Fig. 4, Maesano et al., 2017) e una “fotografia” istantanea di come le stazioni sismometriche vedano questo terremoto profondo (Fig. 5).

Fig.4: Animazione raffigurante l’andamento dello slab in profondità. A partire da 70 km di profondità è visibile uno “strappo”, che lascia intatta solo una piccola parte dello slab. Quando un terremoto profondo nasce all’interno di uno slab, le onde si diffondono soprattutto come onde di volume, cioè onde P e S. Nell’immagine appena mostrata ogni traccia nera rappresenta la registrazione relativa alla componente verticale ad una stazione sismica; i sismogrammi sono ordinati in funzione della distanza epicentrale e filtrati tra 0.5 e 5 Hz, con il tempo che scorre dal basso verso l’alto a partire dall’istante origine dell’evento. Le due fasce colorate indicano gli intervalli temporali dove ci aspettiamo gli arrivi delle onde P (in rosso) e S (in blu), calcolati con un modello di Terra standard (iasp91), per la profondità effettiva del terremoto (circa 250 km), e si vede chiaramente come i massimi di ampiezza delle tracce si distribuiscono lungo queste bande, confermando la natura profonda dell’evento. In tratteggio sono mostrate, per confronto, le curve teoriche delle onde P e delle onde S che si avrebbero con un ipocentro molto più superficiale, a 10 km di profondità. In quel caso le onde raggiungerebbero le stazioni in modo progressivo, prima quelle più vicine e poi quelle più lontane, con un tempo di circa un minuto tra le stazioni più prossime e quelle oltre i 400 km. In questo terremoto profondo, invece, le onde P sono arrivate a tutte le stazioni in circa 30 secondi. Le onde superficiali sono in genere meno importanti rispetto a quelle generate da eventi più superficiali e nei sismogrammi non si vedono. La componente ad alta frequenza si attenua rapidamente con la distanza e infatti vediamo che le onde S scompaiono dal sismogramma dopo i primi 100/150 km.
Durante il loro percorso le onde non attraversano un mezzo uniforme, ma incontrano variazioni di velocità, cambiamenti di direzione e discontinuità legate alla geometria della placca in subduzione, e, in pratica, lo slab può comportarsi come una specie di guida naturale per le onde, che vengono deviate, concentrate o attenuate in modo diverso a seconda della direzione di propagazione. Così, unitamente al fatto che per terremoti profondi il percorso delle onde per raggiungere la superficie è semplicemente più lungo, con un terremoto che avviene nello slab otteniamo anche altri effetti. Le onde sono “guidate” dalla geometria dello slab, per cui l’ampiezza delle onde P e S è più evidente nelle registrazioni delle stazioni in Calabria meridionale, così come avviene per i risentimenti censiti attraverso i questionari macrosismici di HSIT.
Questa figura mostra come si sono distribuite sul territorio le velocità di picco del moto del suolo delle onde P registrate dalle stazioni sismiche in Calabria e nelle regioni vicine durante il terremoto profondo del 2 giugno 2026 (Mw 6.1). Nel pannello superiore sono riportati i valori assoluti di PGV (massimo della velocità del suolo) per le tre componenti del segnale, mentre in quello inferiore è mostrato il rapporto rispetto allo scuotimento della stazione più vicina all’epicentro, utile per evidenziare dove il movimento è stato più o meno intenso. Un aspetto importante è che il segnale non si distribuisce in modo uniforme, ma riflette chiaramente la geometria della propagazione lungo lo slab e l’effetto della struttura tridimensionale della zona di subduzione. Si vede in particolare che l’energia sismica sembra si sia propagata in modo più efficiente verso le stazioni nella parte meridionale della Calabria.
La successiva figura mostra la stessa cosa per le onde S, mentre l’ultima mostra il rapporto tra le ampiezze delle onde P e quelle delle onde S, con una indicazione di come la presenza di una struttura tridimensionale complessa come lo slab calabro abbia un effetto complesso su tutte le stazioni della rete.
E’ possibile visualizzare quanto descritto finora in una animazione (shakemovie) basata su questa procedura, dove i colori verso il rosso sono deformazioni verticali verso l’alto, e i colori verso il blu sono deformazioni superficiali verso il basso. A titolo di esempio viene mostrata l’animazione realizzata per l’evento profondo del 10 marzo 2026 (410 km di profondità) sulla sinistra, mentre a destra viene modellato un ipotetico evento uguale in energia ma posto a 10 km (profondità tipica di un terremoto crostale). Si vede chiaramente l’impatto minore dovuto alla profondità, ma anche la minore presenza di onde superficiali per i terremoti profondi.
A cura di: Mara Monica Tiberti, Charlyse Pot, India Paglia, Emanuele Casarotti, Paola Sbarra, Francesco Maesano.
Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.
Bibliografia
Chen, K. H., Kennett, B. L., and Furumura, T. (2013). High‐frequency waves guided by the subducted plates underneath Taiwan and their association with seismic intensity anomalies. Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 118, 665-680, doi: 10.1002/jgrb.50071
Maesano, F.E., Tiberti, M.M., and Basili, R. (2017). The Calabrian Arc: three-dimensional modelling of the subduction interface. Sci. Rep., 7, 8887 . https://doi.org/10.1038/s41598-017-09074-8.
Sbarra, P., Tosi, P., and De Rubeis, V. (2017). Role of African–Eurasian plate setting in the felt areas of intermediate‐depth earthquakes: an investigation using crowdsourced data. Terra nova, 29(1), 36-43.
Tosi, P., De Rubeis, V., & Sbarra, P. (2023). Earthquake perception data highlight natural frequency details of Italian buildings. Earthquake Spectra, 39(2), 1240-1254.
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Vai alla notizia - 13 Jun 2026 19:30 - Evento sismico ML 4.7 nel mar Tirreno, 13 giugno 2026
Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.
I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.
Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.
Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa 220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.
Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.
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