•   11 May 2026 07:30 - AdriaArray: una rete sismica europea per studiare la placca adriatica

    Per studiare i terremoti e la deformazione delle placche è necessario disporre di reti sismiche sempre più dense e ben distribuite sul territorio. Negli ultimi anni, la sismologia ha compiuto un salto di qualità grazie alla realizzazione di grandi reti di sensori su scala continentale (ad esempio USArray, negli Stati Uniti e AlpArray in Europa). In questo contesto si inserisce AdriaArray, il più grande esperimento di sismologia passiva mai realizzato in Europa, operativo nel periodo 2022–2026 (Kolínský et al., 2025). La “sismologia passivastudia la struttura interna della Terra analizzando le onde sismiche generate da fenomeni naturali, come i terremoti o il cosiddetto rumore sismico ambientale, senza ricorrere a sorgenti artificiali.

    L’obiettivo del progetto AdriaArray è studiare la struttura della crosta e del mantello e comprendere i processi geodinamici che controllano la sismicità nell’area centro-mediterranea. Al centro di questo sistema c’è la placca adriatica (Adria), una microplacca situata tra Africa ed Europa, la cui evoluzione è fondamentale per spiegare la formazione delle catene montuose che la circondano e la distribuzione dei terremoti nella regione (Figura 1). 

    Figura 1 La placca adriatica (Adria) è una microplacca situata tra Africa ed Europa. È circondata da catene montuose come Alpi, Appennini e Dinaridi, dove avvengono processi di subduzione (cioè l’immersione di una placca sotto un’altra) e collisione (cioè quando due placche convergono e si deformano a contatto). Entrambi i processi sono responsabili di terremoti e deformazione della crosta.

    È importante sottolineare che AdriaArray nasce come esperimento di ricerca di base, progettato per acquisire dati ad alta risoluzione a fini scientifici, e non come rete di monitoraggio sismico in senso stretto. Tuttavia, la disponibilità di un numero così elevato di stazioni ha offerto a diversi Paesi europei l’opportunità di integrare temporaneamente questi dati nei sistemi operativi di sorveglianza sismica. In alcuni casi, il progetto ha anche rappresentato un’occasione per potenziare le reti permanenti, attraverso l’installazione di nuove stazioni o l’integrazione stabile di infrastrutture esistenti, lasciando un’eredità che va ben oltre la durata dell’esperimento. 

    AdriaArray si basa su una rete estremamente densa di stazioni sismiche: oltre un migliaio di stazioni permanenti integrate da centinaia di installazioni temporanee a larga banda, con una spaziatura media di alcune decine di chilometri (Kolínský et al., 2025; Figura 2). Una configurazione di questo tipo garantisce una copertura quasi omogenea dell’area euro-mediterranea, un requisito fondamentale per studiare processi che si sviluppano su grandi scale. In particolare, aumenta la capacità di rilevare terremoti di piccola magnitudo e di applicare tecniche avanzate di ‘imaging’ sismico, che consentono di ricostruire la struttura interna della Terra analizzando la propagazione delle onde sismiche, in modo analogo a una TAC che utilizza i raggi X per visualizzare l’interno del corpo umano.

    Figura 2 Distribuzione delle stazioni sismiche permanenti -triangoli rossi- e temporanee -triangoli verdi- del progetto AdriaArray (area delimitata dalla linea gialla).
    Sono indicate in figura anche le reti di due progetti precedenti, AlpArray (2015-2019) e PACASE (2019-2022). L’elevata densità della rete consente una copertura quasi omogenea della placca Adriatica e delle regioni circostanti.

    La realizzazione di una rete così estesa e densa richiede uno sforzo coordinato su scala internazionale. AdriaArray coinvolge infatti decine di istituzioni e centinaia di ricercatori provenienti da numerosi Paesi europei, che contribuiscono con strumenti, competenze tecnico-scientifiche ed attività di ricerca. La condivisione di risorse e dati è un elemento essenziale del progetto e rappresenta uno dei suoi principali punti di forza, permettendo di superare i limiti delle singole reti nazionali e di affrontare temi scientifici che riguardano intere regioni del Mediterraneo e di analizzare il comportamento della placca adriatica nel suo insieme.

    Il contributo italiano ad AdriaArray non si è limitato al potenziamento locale della rete, ma ha incluso anche attività di analisi e interpretazione dei dati

    In Italia, la Rete Sismica Nazionale è tra le più sviluppate in Europa, ma presenta alcune disomogeneità, in particolare nella Pianura Padana e in Sardegna. In questo contesto, le installazioni temporanee costituiscono un’importante integrazione della rete sismica esistente, contribuendo a migliorare la copertura strumentale nelle aree con minore densità di stazioni.

    Nel caso della Pianura Padana, il problema principale è rappresentato dall’elevato livello di rumore antropico e dalle caratteristiche dei sedimenti superficiali, che rendono più complessa l’installazione di stazioni ad alta sensibilità, cioè in grado di rilevare anche segnali sismici di piccola ampiezza. In Sardegna, invece, la minore sismicità ha storicamente comportato una densità di stazioni più ridotta. 

    Per migliorare la copertura, sono state installate 17 stazioni sismiche temporanee a larga banda (Molinari et al., 2025; Figura 3) grazie a una collaborazione tra Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università di Twente (Paesi Bassi), Università di Kiel (Germania), GFZ (Germania), Università di Sassari e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Le installazioni sono progettate per garantire registrazioni di alta qualità anche in condizioni ambientali difficili, e per trasmettere i dati in tempo reale (Figura 4).

    Figura 3 Mappa delle stazioni che costituiscono la rete sismica AdriaArray: stazioni broadband permanenti (triangoli rossi) e  temporanee (cerchi grigi). In particolare, le stazioni temporanee installate dall’INGV grazie al progetto Pianeta Dinamico-ADRIABRIDGE sono nel Nord Italia (cerchi verdi) e in Sardegna (cerchi azzurri e blu). 

    Le attività sono state realizzate anche grazie al finanziamento del progetto Pianeta Dinamico – ADRIABRIDGE, il cui obiettivo è collegare osservazioni sismologiche e modelli geodinamici per comprendere la struttura e l’evoluzione della placca adriatica, dalla crosta al mantello. In questo contesto il progetto ha supportato le fasi di installazione e gestione delle stazioni e le successive  attività scientifiche di analisi e interpretazione dei dati.

    Figura 4 Esempi di installazione di stazioni sismiche in configurazione ‘free-field’: i sensori sono interrati per ridurre il rumore ambientale e migliorare la qualità del segnale, mentre l’elettronica è protetta in contenitori dedicati. 

    Uno degli aspetti più critici per la qualità delle registrazioni è il rumore sismico ambientale, cioè l’insieme delle vibrazioni non legate ai terremoti. Le analisi mostrano differenze significative tra le diverse aree: nelle zone sedimentarie, come la Pianura Padana, il rumore è più elevato principalmente a causa delle attività umane; al contrario, le stazioni installate su roccia – più frequenti in Sardegna – presentano condizioni più favorevoli (Molinari et al., 2025; Figura 5). Nonostante queste differenze, la qualità dei dati acquisiti dalle stazioni temporanee risulta complessivamente elevata e adeguata per l’analisi di terremoti sia locali che lontani (telesismi).

    Figura 5 Curve della densità spettrale di potenza (PSD) che mostrano i livelli di rumore sismico registrati dalle stazioni in Nord Italia e in Sardegna. Le differenze riflettono l’influenza delle condizioni geologiche e delle sorgenti di rumore antropico. Sono particolarmente evidenti per periodi inferiori a 1 secondo (cioè frequenze superiori a 1 Hz), evidenziati dal rettangolo grigio. 

    Aumentare il numero di stazioni sismiche significa migliorare la capacità di individuare anche i terremoti più piccoli. Grazie all’integrazione delle stazioni AdriaArray installate in Italia, oggi è possibile rilevare eventi di magnitudo più bassa rispetto al passato. In pratica, questo significa che terremoti che prima passavano inosservati ora possono essere registrati e analizzati. Il risultato è un quadro più completo della sismicità e una maggiore capacità di riconoscere e studiare le strutture attive nel sottosuolo – le faglie che generano i terremoti.

    Un elemento centrale del progetto è la gestione dei dati. I dati sono resi disponibili attraverso infrastrutture europee e politiche di accesso aperto (open access). Questo approccio favorisce la collaborazione scientifica internazionale e consente, quando possibile, anche l’utilizzo dei dati nei sistemi operativi di monitoraggio sismico. AdriaArray coinvolge decine di istituzioni (Figura 6) e centinaia di ricercatori provenienti da tutta Europa, rappresentando un esempio concreto di infrastruttura scientifica condivisa su scala continentale.

    Figura 6 La mappa mostra la localizzazione di tutte le sedi delle istituzioni partecipanti al progetto.

    I dati raccolti permetteranno nei prossimi anni di migliorare le immagini della struttura profonda della Terra e di comprendere meglio i processi che controllano la deformazione della placca adriatica. 

    Queste conoscenze sono fondamentali non solo per la ricerca di base, ma anche per le future applicazioni, come il miglioramento delle stime di pericolosità sismica (Figura 7). 

    Figura 7 Mappa della pericolosità sismica europea (PGA) che evidenzia le aree a maggiore scuotimento atteso nell’area coperta dal progetto AdriaArray (modificata da Danciu et al., 2021). 

    In conclusione, esperimenti come AdriaArray dimostrano come l’integrazione tra ricerca scientifica e sviluppo di infrastrutture contribuisca in modo concreto alla conoscenza del nostro pianeta e alla comprensione dei processi che stanno alla base della sismicità. Allo stesso tempo, evidenziano come la collaborazione internazionale sia oggi essenziale per indagare problemi scientifici complessi che nessuna singola rete nazionale potrebbe affrontare da sola.

    A cura di Claudia Piromallo, Irene Molinari e Carlo Giunchi, INGV.

    Bibliografia

    Danciu, L., S. Nandan, C. Reyes, R. Basili et al.(2021). The 2020 update of the European Seismic Hazard Model: Model Overview, EFEHR Technical Report 001, 1, doi:10.12686/a15.

    Kolínský, P. et al. (2025). AdriaArray – a Passive Seismic Experiment to Study Structure, Geodynamics and Geohazards of the Adriatic Plate. Annals of Geophysics, 68(5).

    Molinari, I. et al. (2025). AdriaArray temporary deployment in the Po Plain and Sardinia (Italy). Annals of Geophysics, 68(5).


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  •   05 May 2026 15:30 - Friuli 1976: una story maps racconta le storie di una comunità tornata a vivere

    Il 6 maggio 1976 era stata una giornata incolore. Nelle redazioni dei giornali, il giro di cronaca non aveva restituito notizie di rilievo. Poi, alle ore 21:00, tutto cambiò. La terra venne scossa da una violenza paragonabile a una “frustata” improvvisa e imprevedibile. In quel preciso istante, gli orologi si fermarono, e con essi la storia di un’intera regione. Quello che sembrava un pigro inizio di serata si trasformò nell’evento sismico più forte mai registrato in Italia settentrionale in epoca strumentale: un terremoto di magnitudo locale ML 6.4, con una magnitudo momento stimata Mw 6.5. La terra tremò dall’Italia centrale fino all’Olanda, ma il cuore della tragedia batteva nel Friuli remoto. Nelle ore immediatamente successive alla scossa, l’Italia piombò nel caos informativo.

    Fu il giornalista Mario Blasoni del Messaggero Veneto a restituire la dimensione reale della “lunga notte”:

    Gemona era crollata: cominciava così, con queste tre parole, la lunga notte nella quale il mio lavoro s’intrecciò drammaticamente con un’esperienza personale che mai avrei creduto di vivere. Impossibile mettersi in contatto con le zone colpite, con i telefoni subito bloccati dall’accavallarsi delle chiamate di chi cercava notizie dei propri cari.

    A 50 anni dai terremoti che nel 1976 colpirono il Friuli, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS pubblicano la story maps: Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere per raccontare cosa accadde in quei lunghi mesi e come la comunità reagì a questa lunga sequenza sismica. 

    La story maps è organizzata in 5 capitoli con contributi provenienti da diversi studi sismologici, mappe storiche, immagini e video d’epoca, simulazioni e mappe interattive:

    • La sequenza sismica
    • L’impatto dei terremoti
    • Il racconto dell’emergenza
    • Il Modello Friuli
    • Tra leggenda e realtà

    Nel primo capitolo viene descritta la lunga sequenza sismica iniziata con il terremoto del 6 maggio, seguita da centinaia di scosse nelle settimane e mesi successivi. Quello del 6 maggio fu il primo evento sismico italiano studiato in modo accurato grazie alla disponibilità di molteplici rilevazioni strumentali. I mesi di luglio e agosto furono caratterizzati da una relativa quiete. Questa fase fu però interrotta a settembre da una ripresa dell’attività, culminata con quattro eventi di magnitudo elevata, tra cui il più forte raggiunse, il giorno 15, una magnitudo locale ML 6.1.

    Gli studi effettuati permisero di localizzare con precisione oltre 1200 scosse avvenute nel primo anno, andando a esaurirsi con la scossa di magnitudo ML 5.2 avvenuta nel settembre del 1977 lungo la sponda destra del Tagliamento. 

    Nel secondo capitolo vengono descritti gli effetti di questa sequenza sismica. In particolare, la prima forte scossa ebbe un’intensità epicentrale pari al IX-X grado della scala macrosismica europea EMS-98 e fu avvertita in un’area estremamente vasta. Il risentimento si estese a tutta l’Italia centro-settentrionale raggiungendo città come Roma e Torino, e numerosi Paesi europei, tra cui Austria, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia, gran parte di Germania, Croazia, Francia, Polonia e Ungheria.

    Le tante testimonianze fotografiche degli effetti devastanti della sequenza sismica, geolocalizzate a scala comunale, sono state organizzate in una mappa interattiva (map tour) con brevi descrizioni per alcune località. 

    Il tragico impatto su molti centri abitati del territorio friulano emerge con chiarezza anche attraverso il confronto fotografico tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ di palazzi, monumenti e strade. 

    Il racconto dell’emergenza, fin dalle prime ore dopo il disastro, è il tema del terzo capitolo dove si evidenzia il ruolo dei giornalisti che cominciarono a esplorare le località più colpite, diventando non solo protagonisti delle storie altrui, ma testimoni diretti degli eventi, autentiche fonti primarie di notizie che nessun altro avrebbe potuto fornire. Alcune di queste testimonianze sono state raccolte in un’altra mappa interattiva (map tour) e mostrate in un reportage per la televisione pubblica. La stampa offrì anche ampio spazio agli approfondimenti scientifici attraverso una forma pionieristica di data journalism: una collaborazione unica tra gli scienziati dell’OGS di Trieste e il Messaggero Veneto, che portò alla pubblicazione di contenuti informativi giornalieri sull’andamento della sequenza sismica.

    L’emergenza in Friuli segnò, inoltre, la fine dell’improvvisazione. Ventiquattr’ore dopo la scossa più forte, il Governo nominò l’onorevole Giuseppe Zamberletti come Commissario Straordinario. Il suo approccio, il “Metodo Zamberletti”, non fu solo burocrazia, ma una rivoluzione operativa che trasformò i sindaci nel “cuore istituzionale” della gestione dell’emergenza grazie alla creazione dei Centri Operativi di Settore (COS). 

    L’onorevole Zamberletti diede l’impulso anche alla fase di ricostruzione, tema centrale del quarto capitolo, con il cosiddetto “Modello Friuli” che può tradursi semplificando nella formula del “dov’era e com’era”. Per attuare questo modello i comuni vennero classificati in base al livello di danneggiamento. In soli dieci anni, il Friuli risorse. Centri storici come Venzone e Gemona vennero restituiti alla loro bellezza originaria grazie a una sinergia tra nuove tecnologie antisismiche e rispetto filologico della storia. Fu la vittoria del decentramento amministrativo e della dignità di un popolo che rifiutava l’assistenzialismo.

    Il Friuli impressionò il mondo adottando un principio fondamentale: “prima la fabbrica, poi la casa”. L’obiettivo era chiaro: ricostruire il sistema produttivo per assicurare il futuro della regione e scongiurare l’esodo della popolazione. I risultati furono immediati e tangibili: in meno di un anno, oltre il 90% delle 450 imprese colpite era già tornato pienamente operativo.

    Nell’ultimo capitolo della story maps si racconta come il popolo friulano tornò ai miti ancestrali per elaborare il trauma: il terremoto divenne l’Orcolat, un orco o drago mitologico che dorme sotto il Monte San Simeone, tra Cavazzo, Bordano e Trasaghis. I suoi bruschi risvegli erano la spiegazione poetica alla furia cieca della terra. Il poeta e sindacalista Leonardo Zanier divenne la voce della resistenza culturale, usando la lingua friulana come uno scudo contro la disperazione. Nelle sue poesie, l’Orcolat si manifesta come una forza spietata che non guarda in faccia a nessuno, sbriciolando castelli e umili case.

    “Oh se il teremot al fos un drâc / platât dismenteât / vivarôs e lùscint / che sot via al va sgarfant ora / prescint par fâ sprofondâ / citâts e marans e cà e là a so / caprici las cjasas dai furlans…”

    (Oh se il terremoto fosse un drago / nascosto dimenticato / vigoroso e fiammeggiante / che sottoterra va scavando proprio ora / per far sprofondare città e casali / e qua e là a suo capriccio le case dei friulani…)

    Accanto ai racconti popolari e letterari, ci sono le storie dei sopravvissuti e dei testimoni. Alcune testimonianze di cittadini, amministratori, giornalisti, scienziati e soccorritori sono state geolocalizzate e raccolte in una mappa interattiva (map tour), in cui vengono proposte le relative interviste testuali e, in alcuni casi, anche multimediali.

    Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere è una storymaps di INGVterremoti realizzata in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS , ed è disponibile al seguente link: https://arcg.is/1Gm5em1 

    A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti) con la collaborazione di Andrea Coppotelli


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  •   04 May 2026 12:00 - Esercitazione 2026 del Gruppo Operativo QUEST nei luoghi del terremoto del 1980

    Dal 14 al 16 aprile il Gruppo Operativo (GO) QUEST (Quick Earthquake Survey Team) dell’INGV è stato impegnato in un’esercitazione sul campo in due località simbolo della sismicità dell’Appennino meridionale, colpite, tra gli altri, dal terremoto in Irpinia e Basilicata del 1980: Apice Vecchio (BN) e Conza della Campania (AV).

    Circa 50 tra ricercatori, ricercatrici e tecnici, provenienti da diverse sedi INGV distribuite su tutto il territorio nazionale, hanno partecipato alle attività di formazione e aggiornamento del GO  con l’obiettivo di rafforzare le competenze operative nel rilievo macrosismico, fondamentale per la valutazione degli effetti dei terremoti durante le emergenze.

    L’esercitazione si è aperta il 14 aprile con una sessione seminariale introduttiva, pensata in particolare per i nuovi aderenti a QUEST. Durante l’incontro è stata proposta una panoramica sulla macrosismica e sulle metodologie di rilievo, approfondendo anche le caratteristiche della sismicità dell’Appennino meridionale e del  devastante terremoto del 23 novembre 1980. Un ulteriore momento è stato dedicato all’analisi delle tipologie edilizie locali, anche attraverso l’utilizzo del Database Fotografico Macrosismico DFM, strumento di supporto per le attività formative del GO per il riconoscimento della vulnerabilità delle tipologie edilizie e la valutazione del danno.

    Nelle due giornate successive, i partecipanti hanno svolto attività sul campo nei centri di Apice Vecchia (centro abitato delocalizzato a seguito del terremoto del 21 agosto 1962) e Conza Vecchia (rasa al suolo dal terremoto del 23 novembre 1980 e delocalizzata più a valle), simulando le operazioni di rilievo macrosismico e applicando le procedure standard utilizzate nelle emergenze sismiche. L’esperienza ha offerto l’opportunità di osservare da vicino gli edifici danneggiati e di consolidare le conoscenze teoriche sul riconoscimento delle tipologie edilizie e dei danni causati dagli eventi sismici. 

    Attività di rilievo macrosismico sul campo durante l’esercitazione ad Apice Vecchio e Conza Vecchia. Durante il rilievo è stato utilizzato anche un drone, strumento particolarmente utile per verificare la presenza di eventuali danni alle coperture degli edifici.

    L’esercitazione ha previsto anche un momento di confronto e analisi dei dati raccolti sul campo, finalizzato all’interpretazione delle osservazioni e all’assegnazione dell’intensità macrosismica secondo la scala EMS-98. Questa fase ha rappresentato un passaggio cruciale per armonizzare le valutazioni e consolidare le competenze del gruppo.

    Il Gruppo Operativo QUEST in occasione dell’esercitazione Irpinia 2026

    L’esercitazione svolta in Irpinia rientra nelle attività di formazione periodica dei Gruppi Operativi (GO) dell’INGV, fondamentali per garantire interventi efficaci durante le emergenze sismiche.

    A cura del Gruppo Operativo QUEST-INGV


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  •   01 May 2026 08:00 - Le mappe mensili della sismicità, aprile 2026

    Mappa dei terremoti avvenuti in Italia e nelle aree limitrofe dall’1 al 30 aprile del 2026.

    Sono stati 1217 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 30 aprile 2026, un numero in diminuzione rispetto al precedente mese di marzo, con una media che scende da 51 a poco più di 40 terremoti al giorno, tornando sui valori degli ultimi mesi del 2025 e di gennaio 2026. Dei 1217 eventi registrati, 139 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e 24 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. 

    Durante il mese di aprile non sono stati registrati terremoti di magnitudo superiore a 4 sul territorio nazionale e neanche nelle aree limitrofe. Gli eventi di magnitudo maggiore sono avvenuti in Slovenia e Montenegro il 16 e 21 aprile, entrambi di magnitudo ML 3.8. Il 14 aprile è stato registrato un evento di magnitudo ML 3.7 lungo la Costa Siciliana sud occidentale nei pressi di Mazzara del Vallo (Trapani).

    Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.

    La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) .

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  •   29 Apr 2026 09:54 - Il disastro della centrale nucleare di Chernobyl e l’ipotesi scartata del terremoto come causa scatenante

    Sono trascorsi quarant’anni dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986. In questo articolo ripercorriamo l’accaduto e l’ipotesi, completamente infondata, del terremoto come causa scatenante dell’esplosione al reattore. 

    L’incidente alla centrale nucleare 

    È stato assodato che l’incidente fu dovuto a una serie di concause, legate ad alcuni errori manifestatisi durante un test di funzionamento. Le indagini ufficiali, come quelle condotte dall’International Atomic Energy Agency (IAEA), attribuiscono il disastro a una combinazione di difetti di progettazione e ad alcune violazioni procedurali durante un test di sicurezza.

    Quarto reattore distrutto della centrale nucleare di Chernobyl, coperto dal sarcofago di cemento – 2001 (Ansa)

    Tuttavia, alcuni anni dopo l’incidente, emerse la “teoria del terremoto”, in cui si attribuiva a un evento sismico naturale la responsabilità del disastro. Sembra che questa teoria sia stata proposta per la prima volta nel 1996, dopo la pubblicazione di un articolo di Vitali Pravdivtsev intitolato “Chernobyl: 10 anni dopo” nel numero di dicembre della rivista “Technika – molodezhi”. Secondo la tesi sostenuta nell’articolo, il reattore sarebbe stato danneggiato da un’esplosione avvenuta in seguito a un terremoto localizzato vicino alla centrale nucleare alle 01:39 del 26 aprile 1986 (ora di Mosca, ore 23:39 italiane del 25 aprile). Altri articoli con conclusioni simili a quello del 1996 furono pubblicati anche nel 1997 e nel 2000. 

    L’ipotesi del terremoto 

    L’ipotetico terremoto, peraltro molto piccolo, sarebbe avvenuto tra i 10 e i 16 secondi prima della prima esplosione al reattore 4 della centrale. Era stato registrato da tre stazioni sismiche poste a oltre un centinaio di chilometri a ovest dall’impianto nucleare, mentre l’epicentro era stato localizzato in prossimità della centrale stessa. 

    Mappa con le tre stazioni sismiche (triangoli neri) poste a oltre un centinaio di chilometri a ovest dall’impianto nucleare, la localizzazione del terremoto (cerchio nero) e la centrale nucleare (quadrato nero).

    La teoria dell’origine sismica dell’incidente e i dati a supporto di questa tesi vennero poi esaminati in dettaglio da fisici nucleari e geofisici, esperti che verificarono il contenuto e le informazioni dell’articolo del 1996, trovando una grande quantità di errori. Nonostante ciò, sembra che l’autore dell’articolo, Pravdivtsev, non abbia mai provato a contestare le conclusioni degli esperti.

    Inoltre, va ricordato che negli anni ‘80 il monitoraggio sismico era condotto con sismometri analogici e registrazione su carta, che non consentivano analisi approfondite dei segnali registrati. 

    Successivi approfondimenti hanno chiarito che la teoria del terremoto non fosse plausibile. Tra le anomalie riscontrate nei lavori sopra citati, le più macroscopiche riguardavano i seguenti aspetti: 

    • la rivalutazione del tempo origine del presunto terremoto, che venne rivisto, risultando coincidente o successivo a quello dell’esplosione;
    • il fatto che i sismometri non avessero rilevato un chiaro segnale sismico associato a un vero terremoto; 
    • che nessuno avesse riportato di aver avvertito lo scuotimento prima delle esplosioni;
    • la magnitudo dell’ipotetico terremoto era piuttosto bassa e non avrebbe potuto causare problemi alle strutture della centrale. 

    La figura sopra riportata è la traccia del sismogramma della stazione sismica di Norinsk, la più vicina alla centrale di Chernobyl, che comunque dista circa 100 km da questa: si notano due segnali che sono stati interpretati come le due esplosioni principali avvenute il 26 aprile del 1986 alla centrale nucleare (da: Analysis of the Version “Earthquake is the Cause of the Chernobyl Accident”).

    Dallo stesso rapporto è tratta anche la figura con le registrazioni delle tre stazioni sismiche considerate nello studio del 1996.

    Riportiamo di seguito alcuni articoli e rapporti che parlano dell’incidente all’impianto nucleare e descrivono in particolare la presunta “teoria del terremoto”:

    The Chernobyl Accident: Updating of INSAG-1

    Raccolta di Seiko Suga, 2005 (risorsa in lingua giapponese)

    On the seismic event of April 26, 1986, in the area of the Chernobyl’ Nuclear Power Plant | Request PDF

    NUREG-1250, “Report on the Accident at the Chernobyl Nuclear Power Station.”

    A cura di Alessandro Amato, INGV.


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