- 21 Feb 2026 13:05 - Terremoto profondo lungo la costa cilentana, ML 4.5, 21 febbraio 2026
Questa notte, alle ore 01:28 italiane del 21 febbraio 2026, è avvenuto un terremoto di magnitudo ML 4.5, con epicentro a 2.4 km a nord – ovest da Montecorice (SA). L’evento sismico è stato localizzato a una profondità molto elevata, circa 319 km, ben al di sotto delle comuni profondità sismogenetiche dei terremoti italiani, che avvengono prevalentemente nella crosta superiore.
Un evento di questo tipo viene percepito poco o per nulla da chi vive nell’area epicentrale; infatti, la grande profondità determina una forte attenuazione delle onde sismiche e quindi un minore impatto sul territorio.

Localizzazione dell’evento sismico del 21 febbraio 2026, magnitudo ML 4.5, prof. 319 km, avvenuto lungo la costa cilentana. Questo evento è da ricondurre a un processo geologico tipico del Tirreno meridionale per la presenza nel mantello terrestre di uno “slab” di litosfera oceanica che sta sprofondando da alcuni milioni di anni al di sotto del Mar Tirreno.

Sismicità dal 1999 al 2024 di magnitudo maggiore o uguale a 2 (Carta della sismicità in Italia 1999-2024). Si noti la distribuzione della sismicità profonda (cerchietti blu e viola) lungo la costa tirrenica. La presenza dello “slab” litosferico nel mantello sotto il mar Tirreno meridionale è accompagnata da una sismicità frequente lungo le coste dalla Campania alla Sicilia.

Sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est dove è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, 21 febbraio 2026, con profondità maggiori di 30 km. Si tratta di circa 10 mila terremoti. Dati da terremoti.ingv.it, mappa e sezione di P. De Gori, INGV-ONT. Per comprendere la struttura della litosfera ionica in subduzione sotto al Mar Tirreno, in questa sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, con profondità maggiori di 30 km. La sismicità “disegna” lo sprofondamento dello “slab” litosferico verso nord-ovest. La stella rappresenta la posizione del terremoto avvenuto oggi a una profondità di circa 319 km, e mostra come questo evento sia avvenuto nella parte più profonda dello slab.
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Vai alla notizia - 20 Feb 2026 09:27 - Il terremoto del cosentino del 20 febbraio 1980
Era la notte di Carnevale del 1980 quando gli abitanti del cosentino furono svegliati di soprassalto. Alle 3:34 locali del 20 febbraio un forte boato seguito da un’altrettanto forte scuotimento interruppe il sonno degli abitanti di Cosenza, di Rende e di altri centri abitati attigui. Solo pochi minuti più tardi, alle 3:40, una seconda scossa spaventava ulteriormente i cittadini già molto impauriti. Poco impresso nella memoria nazionale, legata quell’anno al catastrofico terremoto in Irpinia del 23 novembre, questo evento è ben radicato nella memoria dei cittadini del cosentino. Pur trattandosi di un terremoto di dimensioni relativamente modeste (Molini et al., 2008), si tratta della scossa più forte avvenuta nell’area di Cosenza negli ultimi decenni. Il terremoto è impresso in particolare nella memoria collettiva di Rende dove il 20 febbraio è festa patronale proprio a seguito del doppio evento sismico del 1980. Il voto dei rendesi verso la Madonna dell’Immacolata rinnovò così una tradizione che vedeva in precedenza celebrare la festa il 12 febbraio in memoria del terremoto del 1854, evento che portò distruzione e lutti in molti paesi del cosentino; ancora prima la festa patronale era ricollegabile al terremoto del 14 luglio 1767, sisma che produsse effetti distruttivi soprattutto nella Valle del Crati.
In questo articolo ricostruiamo le ore successive all’evento del 20 febbraio 1980 attraverso le cronache della Gazzetta del Sud.
Il racconto dei cronisti
La terra ha tremato per undici interminabili secondi. (…) Un’altra decina di movimenti tellurici si sono poi susseguiti per tutta la giornata. S’è trattato di scosse di assestamento, registrate solo dalla stazione di Arcavacata.L’epicentro del terremoto è stato localizzato da 5 a 8 chilometri a nord-est di Cosenza, nella zona compresa tra Commenda e Quattromiglia di Rende.(…) Il terremoto ha provocato scene di panico
Così si legge in prima pagina sulla Gazzetta del Sud di giovedì 21 febbraio del 1980. Il giornalista autore dell’articolo, Raffaele Nigro, passa in rassegna le zone colpite e parla anche di due vittime indirette del terremoto, stroncate da infarto per lo spavento.

Dalla prima pagina della Gazzetta del Sud del 21 febbraio 1980 Migliaia di persone – successivamente verranno valutate in circa 90 mila, come riporta la Gazzetta del Sud del 22 febbraio 1980 – passarono la notte in auto nelle piazze, in grandi spazi aperti nelle periferie dei centri abitati o sulle spiagge della costa tirrenica, riscaldandosi con falò; solo nella mattinata molti abitanti dei luoghi colpiti fecero rientro a casa, mentre uffici pubblici, scuole, banche e quasi tutti i negozi rimasero chiusi per l’intera giornata. A causa di notizie infondate diffuse nella mattinata da una radio locale, che davano per scontate il ripetersi di nuove scosse di terremoto di forte intensità, l’esodo dalle abitazioni fu ripetuto dagli abitanti.
La maggior parte delle abitazioni, fatte sgomberare a seguito delle verifiche dai tecnici del Comune, erano nel centro storico di Cosenza. Le zone più colpite nel comune di Rende si trovavano nel quartiere Commenda e nella zona universitaria di Arcavacata: a Commenda furono sgomberati due edifici che ospitavano studenti dell’ateneo rendese, mentre lesioni furono registrate negli edifici appena ultimati nel Villaggio Europa. Nel Campus Universitario furono danneggiate il Polifunzionale, dove andarono in frantumi le vetrate; la sede della Facoltà di Lettere, dove crollarono alcune pareti divisorie e venne chiusa la mensa universitaria per i danni subiti; nel centro storico di Rende furono registrati danni al campanile della Chiesa della Pietà. Crolli, lesioni e danni furono registrati negli edifici di Castiglione Cosentino, Rose, Montalto Uffugo, Celico, Pedace, Torano Castello, Mendicino e Bisignano. Le cronache in quell’edizione della Gazzetta riportano anche notizie da altre località. In particolare, nella zona del Paolano i corrispondenti parlano di “scene di sgomento e paura ovunque”, lievi danni e nessun ferito. Si cita anche la notizia della nascita di un bambino in una clinica privata a Belvedere Marittimo, durante la notte del terremoto.
Le testimonianze dei cittadini
Nell’articolo intitolato “La lunga notte della paura”, a pagina 4 dell’edizione del 21 febbraio della Gazzetta del Sud, sono raccolte alcune testimonianze dirette.
“Una paura così non l’avevo avuta da quasi quarant’anni – dice un pensionato – da quando cioè, durante la guerra, i caccia bombardieri sorvolavano la nostra città, seminando lutti e rovine. Sono scappato (da casa, ndr) non appena ho avvertito la prima scossa di terremoto: sono stato io ad avvertire per primo ed ho svegliato i miei figli. Appena siamo arrivati in strada abbiamo incontrato centinaia di altre persone in preda al panico”.
“Ho proprio pensato – racconta un’altra cittadina – che era arrivata la fine del mondo, a casa mia ha ondeggiato tutto e non me la sono proprio sentita di restare al chiuso. Abito nella città vecchia… ho avvertito un boato enorme. In un primo momento avevo temuto che si fosse trattato di un attentato terroristico. Poi mi sono affacciata ed ho sentito persone che gridavano che c’era stato il terremoto. E’ un miracolo che non sia crollata nessuna casa. Sono venuta a Piazza Loreto perché è una zona sicura”.
Dalle cronache delle prime ore emerge anche la voce di un docente di geologia del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università della Calabria, il professor Cesare Roda. In particolare, firma un pezzo in prima pagina intitolato “Vivere con il terremoto” in cui descrive l’evento e sottolinea l’alto rischio sismico del territorio regionale e la necessità di “predisporsi a vivere insieme ai terremoti”, elencando diverse iniziative adottate in varie parti del mondo per gestire il rischio sismico.

Piazza Valdesi a Cosenza, durante la notte del terremoto, dall’articolo “La lunga notte della paura”, Gazzetta del Sud del 21 febbraio 1980, pag. 4 I danni
I danni agli edifici pubblici e privati furono diffusi. Dall’edizione del 22 febbraio della Gazzetta del Sud sappiamo che l’onorevole Francesco Principe (PSI) rivolse una interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio e al Ministro dei Lavori Pubblici “… per sapere se siano a conoscenza dei notevoli danni causati nella notte tra il 19 ed il 20 febbraio nel cosentino da scosse sismiche”; anche gli onorevoli democristiani Pietro Rende e Riccardo Misasi presentarono una interpellanza al Ministero dell’Interno al quale riferirono che “… appaiono gravemente lesionati dal sisma diversi immobili pubblici e privati dei comuni posti in un raggio di circa 50 chilometri dall’epicentro di Rende – Montalto Uffugo (…) in particolare nel centro storico di Cosenza le strutture hanno subito lesioni tali da indurre la popolazione ad abbandonare le proprie abitazioni per cui si registra la presenza di centinaia di senza tetto.”
Secondo un articolo della Gazzetta del Sud del 27 febbraio, una prima valutazione dei danni sarebbe ammontata a 100 miliardi di lire. Nella sola Rende vennero contate 1200 abitazioni danneggiate, 150 famiglie senza tetto, 6 chiese inagibili di cui saranno abbattuti alcuni campanili pericolanti; a Cosenza gli edifici con lesioni superano il migliaio.
Dal punto di vista macrosismico, il lavoro di Molin et al. (2008) evidenzia che una ricostruzione della distribuzione del danno risulta tutt’altro che semplice.

Gazzetta del Sud, 21 febbraio 1980, pag. 5 Il terremoto e la sismicità storica dell’area
Come riportato nel “Bollettino mensile dell’Istituto Nazionale di Geofisica” (ING, 1980), il primo evento è avvenuto alle 3:34 locali, la magnitudo ML pari a 4.2 e l’epicentro localizzato a circa 2.3 km a sud-ovest di Marano Principato. Il catalogo riporta anche la forte replica avvenuta circa 6 minuti più tardi (ore 3:40 locali), la localizzazione epicentrale è la stessa dell’evento principale e la magnitudo ML pari a 4.0.
Storicamente nell’area si sono verificati 3 terremoti con magnitudo maggiore di 6.0: il 24 maggio 1184 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.8 che ha provocato molti danni in varie località con intensità fino al IX grado della scala MCS (scala Mercalli-Cancani-Sieberg); il 12 febbraio 1854 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.3 che ha provocato molti danni in varie località e con intensità fino al X grado della scala MCS a Donnici e a Sant’Ippolito; il 4 ottobre 1870 un forte terremoto con magnitudo momento stimata pari a 6.2 che ha provocato molti danni in varie località e con intensità fino al X grado della scala MCS a Mangone.

Sismicità storica dell’area dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15. La zona interessata dal terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica molto alta, come testimoniato dalla Mappa della Pericolosità Sismica del territorio nazionale (MPS04; http://zonesismiche.mi.ingv.it/) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Modello di Pericolosità Sismica del territorio nazionale (MPS04: http://zonesismiche.mi.ingv.it/); la legenda riporta i valori di accelerazione orizzontale con una probabilità di superamento del 10% in 50 anni. Sovrapposte le potenziali sorgenti sismogenetiche (in rosa le sorgenti individuali, in arancio le sorgenti composite) contenute nel Database of Individual Seismogenic Sources (DISS; https://diss.ingv.it/). La stella gialla indica l’epicentro del terremoto del 20 febbraio 1980. La fonte scientifica di riferimento per questo terremoto è Molin et al. (2008); per questo motivo questo evento non è stato riportato nella prima versione del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI, 1999) né in quella del 2004. Inoltre, esso non compare neppure nel Bollettino Macrosismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica (BMING, 1980) e a tutt’oggi non risulta essere stato oggetto di approfondimenti e di studi sismologico-macrosismici. Lo studio di Molin et al. (2008) riferisce i risentimenti alla scossa principale (quella delle ore 3:34), in quanto non è possibile distinguere il danneggiamento di scosse così ravvicinate nel tempo. Nell’ultima versione del CPTI l’evento è stato inserito riportando i dati di Molin, rivalutandone la localizzazione epicentrale e la magnitudo con criteri conformi al resto degli eventi.

Mappa dell’intensità dell’evento del 20 febbraio 1980 dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15. Nello specifico, il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani dell’INGV (CPTI15 v4.0) riporta la magnitudo momento Mw pari a 4.4 e una profondità ipocentrale di 3.7 chilometri. Le due scosse consecutive interessarono una vasta area della Calabria centro-settentrionale, in particolare la Valle del fiume Crati, con i massimi effetti concentrati nell’area intorno a Cosenza, con le massime intensità MCS a: Marano Marchesato (VII grado MCS), Cosenza, Rende e Spezzano Piccolo (VI – VII grado MCS), Arcavacata, Castiglione Cosentino, Castrolibero, Commenda, Montalto Uffugo e Roges (VI grado MCS). Inoltre, le scosse furono avvertite fortemente sia nella zona pre-silana (fino al V – VI grado MCS), sia lungo la fascia tirrenica da Amantea a Belvedere Marittimo (fino a V – VI grado MCS) con intensità massime pari al V – VI grado MCS nelle più vicine Paola e San Lucido; risentimenti sono presenti fino a Lamezia Terme (V grado MCS), alle Serre vibonesi e nella stessa Vibo Valentia e, verso nord, fino a Praia a Mare (IV grado MCS).
A cura di Pierdomenico Del Gaudio, Grazia Pia Attolini, Daniela Fucilla, Anna Nardi, (INGV-ONT) e Carlo Meletti (INGV-Pi).
Si ringrazia la Gazzetta del Sud per la concessione degli articoli.
Bibliografia
Gazzetta del Sud, 21 febbraio 1980, anno 29, n. 50
Gazzetta del Sud, 22 febbraio 1980, anno 29, n. 51
Gazzetta del Sud, 27 febbraio 1980, anno 29, n.55
Molin D., Bernardini F., Camassi R., Caracciolo C.H., Castelli V., Ercolani E., Postpischl L., 2008. Materiali per un catalogo dei terremoti italiani: revisione della sismicità minore del territorio nazionale. Quaderni di Geofisica, 57, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Roma, 75 pp.
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Vai alla notizia - 17 Feb 2026 10:42 - Nuove ricerche svelano la complessità geologica dello Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia possa aver causato quel terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).
Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea
Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.
Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.
Due zone dove nascono i terremoti
Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:
- uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
- uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.
Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto. Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”
Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.
Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.
Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale
Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.
Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.
Perché questi risultati sono importanti
Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.
Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.
Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.
Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.
Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.
A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).
Bibliografia
Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.
Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.
Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.
Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.
Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.
Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.
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Vai alla notizia - 12 Feb 2026 10:58 - Mostra “Terra – Il pianeta in 5 sensi”, un incontro sensoriale tra scienza e comunità
Come coinvolgere le persone e raccontare che le geoscienze sono sempre intorno a noi? Partiamo da un punto importante: i nostri sensi possono trasformarsi in strumenti di esplorazione scientifica aiutandoci ad accrescere il nostro bagaglio culturale. Non ce ne accorgiamo ma le geoscienze permeano la nostra vita essendo, di fatto, continua la nostra interazione col pianeta e i processi geologici, geofisici, geochimici: l’olfatto ci offre un legame sorprendente con alcuni ambienti (dal terreno bagnato di pioggia ai gas emessi dai vulcani); il tatto ci connette fisicamente alla Terra permettendoci di percepirne le caratteristiche fisiche; o il gusto, in profonda relazione con la geologia (pensiamo per esempio alle caratteristiche organolettiche dei vini che crescono sui terreni vulcanici).
Da questo presupposto nasce “Terra – Il Pianeta in 5 Sensi”, la mostra dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che accompagna il pubblico alla scoperta delle meraviglie del nostro pianeta ammirando la sua bellezza e complessità, ascoltando la sua voce, percependo le sue vibrazioni. Un viaggio esperienziale che, giocando con curiosità, ricordi ed emozioni permette di coinvolgere grandi e piccoli e raccontare le geoscienze all’interno di un percorso che consente di visualizzare le linee di forza del campo magnetico, toccare la Terra, sentire i suoni del nostro pianeta.
Per farlo, abbiamo così messo da parte la didattica tradizionale, cambiando prospettiva: non partiamo dalle spiegazioni, ma dal vissuto delle persone, dai loro ricordi, da momenti ritrovati nella memoria grazie a stimoli sensoriali (odori, suoni, immagini), per avvicinare ancora di più la scienza a cittadine e cittadini.

Un momento del percorso della Mostra al Festival della Scienza di Genova Il percorso sensoriale
I fenomeni geofisici e geochimici sono raccontati attraverso esperienze e installazioni disposte su tavoli tematici interattivi, e mostrati lungo un itinerario che dialoga col visitatore: i contenuti, proposti in una successione di interrogativi e spiegazioni, risultano quindi coinvolgenti ed educativi. Muovendosi in ambienti che sollecitano olfatto, tatto, vista, udito e gusto, dall’ascolto delle onde sismiche, agli odori della Terra, alla narrazione dei sapori di antichi mari ormai scomparsi, si arriva alla Tavola Vibrante che può oscillare simulando il movimento orizzontale di un terremoto, un exhibit particolarmente emozionante e coinvolgente.
La collaborazione nata in questa occasione tra l’INGV e l’artista Filippo Gregoretti ha condotto verso la creazione di un’esperienza molto suggestiva, ovvero Màtrà, un’opera audiovisiva che, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, trasforma dati scientifici (sismogrammi e anomalie magnetiche) in musica e immagini, presentando la profondità del nostro pianeta come un’esperienza visiva e sonora impermanente.
Il percorso è progettato per essere il più inclusivo possibile, garantendo che ogni visitatore, indipendentemente dalle proprie abilità, possa esplorare e comprendere i fenomeni geofisici, attraverso esperienze tatto-sensoriali e percorsi privi di barriere. La realizzazione del percorso tattile per le persone con disabilità visiva è stata possibile grazie alla fondamentale collaborazione con l’Associazione di Volontariato Museum – ODV: disegni in rilievo e scrittura braille accompagnano gli exhibit nella sezione della Vista. La musica creata presso l’installazione Màtrà è supportata invece da due gilet aptici per permettere a persone con disabilità uditiva di percepire l’esperienza sonora grazie a stimoli vibrotattili. Abbiamo potuto così organizzare visite guidate multisensoriali (con l’Associazione di Volontariato Museum – ODV e con la Lega Del Filo D’Oro) perché la scienza è di tutti e di tutte.

Un momento del percorso della Mostra a Villa Torlonia, a Roma La Mostra vuole anche informare sulle ricerche e sul lavoro portato avanti dall’INGV, un lavoro che entra nella vita quotidiana dei cittadini e delle cittadine proteggendo e informando: dalla sorveglianza sismica alla gestione dei rischi naturali, dai cambiamenti climatici all’uso sostenibile delle risorse. Una sezione, infatti, mostra una parte del lavoro svolto presso la Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami, di Roma, come era un tempo e come è oggi, facendo riflettere le persone su come sono cambiati negli anni le modalità di monitoraggio sismico del territorio nazionale, sempre più accurate e sempre più veloci (se per il terremoto del 1980 ci vollero ore per calcolare l’epicentro, oggi la prima localizzazione automatica viene comunicata in circa 2 minuti).
Le tappe della Mostra
La Mostra, realizzata in occasione dei 25 anni dalla nascita dell’INGV, è stata inaugurata a Roma, presso Technotown – Hub della Scienza Creativa, a Villa Torlonia, il 3 aprile 2025. Successivamente è stata ospitata a Genova prima dal Festival della Scienza poi dal Comune di Genova (presso la Sala Dogana del Palazzo Ducale). Attualmente, e fino al 30 giugno, la mostra è a Livorno presso il MusMed, Museo di Storia Naturale del Mediterraneo (ingresso libero gratuito il martedì, il giovedì e il sabato dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00, il mercoledì e il venerdì dalle 9:00 alle 13:00; la domenica la mostra sarà accessibile dalle 15:00 alle 18:00 con visita guidata a pagamento su prenotazione).
A partire da luglio 2026, sarà ospitata dalla città de L’Aquila, presso il Palazzo Spaventa, in concomitanza con la prestigiosa designazione della città quale Capitale Italiana della Cultura 2026.
Attraverso questo viaggio che si snoda tra diverse città e diverse realtà, la Mostra sta riuscendo nell’intento di essere un’esposizione itinerante e di raggiungere un pubblico vasto, diffondendo la cultura scientifica delle Scienze della Terra, adattandosi di volta in volta a spazi e tempi diversi, mantenendo i propri contenuti intatti e ottenendo risultati, in termini di numeri di visitatori, straordinari.
Tutto questo è stato reso possibile grazie alla grande collaborazione all’interno dell’INGV che ha permesso la nascita e la realizzazione della Mostra, al lavoro del comitato scientifico per lo sviluppo dei contenuti, e alle tante persone, studenti, laureandi, colleghi e colleghe, che si sono resi disponibili in mille modi, in particolare nel fare le visite guidate in tutti questi mesi. La persona che effettua la visita guidata, divulgatore o divulgatrice, è uno degli elementi essenziali per la riuscita di una mostra raccontando con competenza e passione la scienza al pubblico. Inoltre, quando è il ricercatore o la ricercatrice stessa a presentare i propri studi, il proprio lavoro quotidiano, nasce un collegamento diretto tra il pubblico e il mondo della ricerca, aggiungendo valore e forza ai risultati scientifici divulgati.
Tutti noi, ricercatori e ricercatrici che studiamo la Terra ogni giorno, incontrando bambini e adulti in una cornice coinvolgente come può essere questa Mostra, creiamo un ponte tra cittadinanza e scienza, offriamo un’occasione divulgativa importante per promuovere la cultura scientifica e per sottolineare il ruolo fondamentale che la Ricerca svolge per la società.
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A cura di Maria Grazia Ciaccio (INGV-Roma1), curatrice della mostra
Si ringraziano per il supporto continuo: Maddalena De Lucia (Responsabile del Centro Servizi Comunicazione e Divulgazione Scientifica) e Domenico Di Mauro (Responsabile del Settore Comunicazione), il comitato scientifico (elenco nei Crediti) per il lavoro e le idee sui contenuti, e tutte le persone che si sono spese in questi mesi, dedicando tempo ed energie per trasferire la mostra nelle diverse città. Tutte queste attività ne hanno consentito la fruizione completa e interattiva a quasi un anno dalla sua prima inaugurazione; un ringraziamento iparticolare va ad E. Eva, S. Solarino, G. De Astis, G. Soldati, V. Misiti, G.L. Piangiamore, G. D’Addezio e il Laboratorio grafica & immagini INGV.
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Vai alla notizia - 06 Feb 2026 17:53 - Nuovi sviluppi del Centro Allerta Tsunami a tre anni dal terremoto in Turchia del 6 febbraio 2023
Tre anni fa, il 6 febbraio del 2023, la Turchia venne colpita da uno dei più forti terremoti della sua storia, di magnitudo 7.8 nella regione sudorientale del Paese, nota per la presenza di una delle più grandi faglie attive del mondo, la Faglia Est-Anatolica (EAF), lungo la quale si era originato il terremoto stesso. La devastazione fu enorme, con interi paesi rasi al suolo, decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati.
Non tutti si ricordano che nella notte tra il 5 e il 6 febbraio, pochi minuti dopo l’evento, alle ore 02:17 italiane, le 04:17 in Turchia, il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV e l’analogo centro di monitoraggio turco, il KOERI, diramarono un messaggio di allerta rossa (il massimo) per un possibile tsunami che avrebbe potuto colpire tutte le coste del Mediterraneo.
A posteriori l’allerta apparve, agli occhi di molti, ingiustificata o quanto meno esagerata.
Questo articolo vuole ricostruire brevemente cosa accadde quella notte e soprattutto perché venne diramata l’allerta rossa.
Il terremoto
Senza entrare in troppi dettagli tecnici sull’evento sismico e sul processo di rottura, su cui sono stati scritti numerosi articoli in questi tre anni, riportiamo una mappa con lo schema geologico della regione. Nella figura è riportato l’epicentro del terremoto del 6 febbraio 2023 (la stella rossa più grande) posizionato lungo la EAF, a circa 95 km dalla costa, e la zona dei terremoti successivi (aftershocks in rosso chiaro). La rottura sulla EAF è stata di circa 300 km ed è avvenuta in senso bidirezionale, ossia si è propagata dal punto iniziale della rottura sia verso nord-est che verso sud-ovest. Il particolare della distanza dalla costa, di poco inferiore ai 100 chilometri, è molto importante per quanto vedremo dopo relativamente all’allerta tsunami. Il meccanismo di rottura è stato di tipo prevalentemente trascorrente, ossia con un movimento orizzontale, anche se localmente sono stati osservati spostamenti verticali lungo alcuni settori della faglia.

Mappa con lo schema geologico tratta da un articolo su Le Scienze del 2023 di A. Amato, al quale si rimanda per altri dettagli sull’evento sismico. L’allerta tsunami nel Mediterraneo
Il CAT dell’INGV è uno degli Tsunami Service Provider (TSP) della regione NEAMTWS, uno dei quattro Centri di Coordinamento Intergovernativo coordinati dalla Commissione Oceanografica dell’UNESCO. Il CAT effettua il monitoraggio H24/7 dei terremoti nel mondo e rilascia i messaggi di informazione e allerta di possibili tsunami per l’intero bacino del Mediterraneo. I messaggi vengono inviati per ogni evento sismico di magnitudo pari o superiore a 5.5 che avvengono in mare o lungo le coste. Poiché le aree di rottura delle faglie per i grandi terremoti sono di centinaia o migliaia di chilometri quadrati, si considerano potenzialmente pericolosi anche i terremoti che avvengono fino a 100 km dalla costa.
Ecco spiegato il motivo dell’allerta diramata nonostante la notevole distanza dal mare.
Perché è stata diramata l’allerta di livello rosso per tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa?
Sin da quando il CAT venne accreditato come TSP da una specifica commissione UNESCO, la definizione dei livelli di allerta è stata stabilita in base a una Matrice Decisionale che venne approvata e implementata. Analoghe matrici decisionali sono utilizzate dagli altri TSP del NEAMTWS. La Matrice del CAT, approvata anche dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) nella Direttiva SiAM del 2017, prevede che per i terremoti di magnitudo superiore a 7.5 si dirami un’allerta rossa (Watch nella nomenclatura del NEAMTWS) per tutto il bacino del Mediterraneo, mentre per terremoti più piccoli (es. tra 6.5 e 7.0) l’allerta rossa è limitata ad aree più ristrette (raggio di 100 km o 400 km), come accaduto il 30 ottobre 2020 a Samos, nel Mar Egeo. Va detto che la Matrice descritta è stata definita considerando un approccio conservativo, per evitare mancati allarmi.
Nel caso del terremoto turco del 2023, quindi, la diramazione dell’allerta rossa per tutto il Mediterraneo, Italia compresa, era giustificata dalle procedure in atto. Il primo messaggio venne inviato otto minuti dopo il terremoto, un tempo sufficiente per allertare le persone in prossimità dell’area colpita, e molto ampio per avvisare le persone poste in luoghi lontani: ad esempio, i tempi di arrivo previsti per l’Italia di uno tsunami originato nell’estremo Mediterraneo sono di oltre quattro ore per le coste più prossime (quelle della Calabria ionica) e superiori alle sei ore per le coste dell’Italia centrale e settentrionale.
Alla ricezione del messaggio iniziale, il DPC ha diramato automaticamente l’allerta a tutti i destinatari istituzionali (Regioni, Province, Comuni, Vigili del Fuoco, Ferrovie, Autostrade, ecc.), comprese le Agenzie di Stampa.

Mappa dei livelli di allerta calcolati in base alla Matrice Decisionale in uso al CAT: come si nota sono tutti rossi. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point); le curve di livello indicano i tempi di percorrenza dello tsunami causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia. La conferma dell’allerta
Le procedure operative in caso di allertamento a seguito di un forte terremoto prevedono che il primo messaggio venga inviato il prima possibile: nel caso del 2023, venne inviato otto minuti dopo il terremoto (la Direttiva SiAM stabilisce che il tempo massimo per l’invio del messaggio iniziale sia di 14 minuti). A seguire, i Turnisti del CAT controllano i dati dei mareografi più vicini all’epicentro, per confermare l’eventuale presenza delle onde di tsunami. Nel caso in questione, lungo le coste della Turchia sud-orientale erano operativi due mareografi, quello di Iskenderun e quello di Erdemli. Entrambi questi strumenti rilevarono lo tsunami, per quanto di entità limitata (come mostrato nei grafici riportati sotto). I Turnisti del CAT, di concerto con il Funzionario CAT reperibile quella notte, emisero, quindi, un secondo messaggio (ongoing secondo la nomenclatura internazionale, di conferma secondo le procedure del SiAM), circa un’ora dopo il primo (alle 03:37 ora italiana). In piena notte in Italia l’allerta tsunami era in corso.

Segnali mareografici delle due stazioni operative lungo le coste della Turchia sud-orientale. In entrambi i casi è possibile osservare delle oscillazioni anomale del mare. Fonte: Sito Intergovernmental Oceanographic Commission (https://www.ioc-sealevelmonitoring.org). Purtroppo, nel Mediterraneo orientale non c’erano molti altri mareografi funzionanti, motivo per cui era molto difficile prevedere se le coste italiane fossero in pericolo.
Nel frattempo, a titolo cautelativo, diversi Enti territoriali in Italia avevano applicato le procedure previste in caso di allerta. In qualche caso, laddove tali procedure non erano ancora state stabilite, si sono adottate misure di cautela ancora maggiori, mentre in altri casi l’allerta è stata ignorata. Tra le misure intraprese, sono state chiuse alcune scuole e bloccati i treni in Puglia, Calabria e Sicilia, solo per citarne qualcuna.

Notizia pubblicata dall’ANSA alle ore 03:31 del 6 febbraio 2023 in seguito alla diramazione dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo. In queste condizioni di incertezza, con uno tsunami osservato in Turchia, il CAT ha ritenuto necessario di non chiudere l’allerta prima di aver controllato un numero sufficiente di mareografi, compresi alcuni di quelli ubicati in Italia. I primi punti di osservazione disponibili per le nostre coste, appartenenti alla Rete Mareografica Nazionale dell’ISPRA, erano quelli di Crotone in Calabria (dove la prima onda sarebbe eventualmente arrivata alle 06:32 ora italiana) e di Catania in Sicilia, dove lo tsunami sarebbe arrivato pochi minuti dopo, alle 06:39 ora italiana (i tempi di arrivo vengono stimati considerando la distanza e la profondità del mare lungo il tragitto e sono riportati nei messaggi di allerta). Soltanto trascorsa circa mezz’ora dall’arrivo stimato in Italia, non osservando alcuna anomalia in questi e in altri mareografi (Messina, Otranto, ecc.) alle 07:02 ora italiana è stato diramato il messaggio di fine allerta dal CAT.
A quel punto, molte delle procedure di allertamento che erano state messe in atto vennero ritirate. In alcuni casi, tuttavia, l’allerta venne mantenuta anche dopo, come nel caso di scuole in alcune regioni lontane come la Campania che rimasero chiuse per cautela.

Notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano il 6 febbraio 2023 dopo la chiusura dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo. Si può parlare di una “falsa allerta”?
No, non proprio. In realtà, come descritto sopra, il terremoto, pur essendosi originato a quasi 100 km dalla costa e con un movimento di tipo trascorrente, ha generato uno tsunami, sia pure di piccole dimensioni, secondo alcuni studiosi a causa di una frana sottomarina, ma la dinamica non è ancora del tutto chiara. A posteriori, si può supporre che, se la faglia si fosse propagata interamente verso sudovest invece che bilateralmente, avrebbe interessato il fondale marino per una lunghezza notevole, probabilmente superiore ai 100 chilometri, e in un caso del genere uno tsunami più grande si sarebbe potuto generare.
Per una migliore comprensione di quanto accaduto, va ricordato che nei primi minuti dopo un terremoto non si hanno informazioni sulle caratteristiche della faglia coinvolta; pertanto le previsioni, che devono essere tempestive, possono basarsi unicamente sui dati del terremoto (posizione, profondità, grandezza).
Come è migliorato il Sistema di allerta tsunami
Già prima del terremoto del 2023, il CAT stava lavorando per superare i limiti della Matrice Decisionale. Il metodo che è stato messo a punto dai ricercatori del CAT (denominato Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF) si basa su una stima probabilistica che viene effettuata una volta nota la posizione, la profondità e la magnitudo del terremoto, tenendo conto delle conoscenze geologiche pregresse. In pratica si stima quali sono le probabilità che un determinato terremoto sia avvenuto su una delle faglie note (o presunte) di quella regione, prendendo in considerazioni tutti i possibili scenari. Nel caso del terremoto del 2023, la presenza dominante della Faglia Est-Anatolica, notoriamente una faglia trascorrente sinistra, avrebbe permesso di capire che la probabilità di uno tsunami distruttivo era molto bassa. In effetti, le simulazioni effettuate ex post simulando la situazione reale hanno mostrato che il metodo del PTF avrebbe fatto una previsione accurata di quanto poi successo realmente, come si vede nella figura sottostante. Come si vede, soltanto le aree più prossime all’area epicentrale sono rosse o giallo-arancio, mentre tutto il resto del bacino del Mediterraneo presenta un livello verde, cioè di sola informazione e non di allerta.

Simulazione dei tempi di arrivo delle onde dello tsunami (curve di livello) causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia, utilizzando il metodo del Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point). In questi tre anni sono proseguiti i test per perfezionare il metodo, con numerosi passaggi per gli organi interni all’INGV (CdA, Consiglio Scientifico e un panel di esperti internazionali), con il DPC, con quelli del NEAMTWS e con il coinvolgimento della Commissione Grandi Rischi (Sezione Maremoti), organismo di consulenza del DPC.
Il ruolo del DPC era quello di stabilire le soglie di probabilità che ottimizzassero il rapporto tra falsi e mancati allarmi. Proprio nelle ultime settimane sono stati affrontati gli ultimi aspetti rimasti aperti e a breve il metodo entrerà in operatività, con l’abbandono della Matrice Decisionale.
Ulteriori sviluppi del sistema di monitoraggio per gli tsunami
Nel 2025 sono state posizionate dall’INGV due boe di monitoraggio nel Mar Ionio per potenziare la rete di sorveglianza degli tsunami. Si tratta delle prime boe d’alto mare installate nel Mar Mediterraneo e, grazie alla loro posizione, consentiranno di caratterizzare eventuali onde di tsunami in anticipo, prima che raggiungano le coste italiane e prima ancora di essere rilevate dai mareografi presenti nei nostri porti. Questo ha reso più efficace il sistema di allerta e ha colmato una precedente mancanza di dati in mare aperto.
A cura di Alessandro Amato con il contributo di Lorenzo Cugliari e Silvia Filosa, CAT-INGV e di INGVterremoti.
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